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Il sito di Gianni Cuperlo, responsabile comunicazione politica dei Democratici di Sinistra

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SULLA QUESTIONE MORALE

Pubblicato il 2 agosto 2011POLITICA

La questione morale, di questo si torna a discutere e giustamente. Nuove inchieste investono partiti diversi compreso il nostro, ma una volta scorsi il merito delle accuse e la qualità delle reazioni solo la faziosità può precipitare tutti nello stesso pastone. Per noi parlano i fatti: fiducia nei giudici, garantismo, rispetto della Costituzione con norme trasparenti per i bilanci dei partiti e rigore del ceto politico chiamato a difendersi sempre “nel” processo come qualsiasi altro cittadino. Cose assolutamente necessarie. La domanda è se siano anche sufficienti. Se sono in grado di accorciare la distanza tra il paese e chi lo rappresenta. Su questo ho un dubbio.

Penso che la nostra reazione abbia riempito la metà del bicchiere, il che è molto più di quanto fanno gli altri. Ma per colmarlo del tutto va compreso il giudizio maturato in questi anni su istituzioni e partiti. Insomma, se la domanda di rigenerazione è anche di tipo simbolico, la risposta non può essere solo procedurale. Aspetto questo rilevante perché l’unico in grado di incidere il bubbone, ma che non esaurisce la premessa sull’utilità e agibilità della politica, a cosa serve e chi è in grado di entrarvi. Il nodo non riguarda solo l’Italia anche se qui assume profili esasperati. Se accade è soprattutto perché più di ieri paghiamo l’identificazione dei partiti con le istituzioni.

Problema antico se già trent’anni fa vi era chi lo denunciava, e purtroppo aggravato a causa di partiti via via “statalizzati”, dunque sempre meno piantati nel paese e sempre più assimilati al governo. La tendenza si spiega anche col peso delle leadership nella competizione elettorale a tutti i livelli, dai sindaci al premier. Essendo quella la dimensione dove si concentrano energie e risorse, i soggetti organizzati finiscono col sovrapporsi all’arena istituzionale per due ragioni almeno. La prima è che lì si misura il potere effettivo mentre fuori da lì si riducono i legami culturali e la spinta a una militanza di parte nel senso di un’impresa collettiva proiettata oltre il conteggio dei voti. L’altra è figlia di un sottogoverno dilatato, una specie di boscaglia che andrebbe drasticamente sfoltita. Parlo delle 3.600 aziende partecipate dal pubblico, dei 23mila consiglieri d’amministrazione, delle 12mila poltrone nei collegi sindacali e dei circa 3mila incarichi apicali. Un esercito. E neppure efficiente se è vero che oltre il 60% di queste società chiudono il bilancio in deficit.

Dati conosciuti che rendono più difficile smontare la percezione delle forze politiche per come è stata introiettata da milioni di persone. E questo nonostante la grandissima parte degli amministratori, nostri e non solo, gestiscano il bene pubblico con onestà, intelligenza e rigore. Ma il punto rimane ed è nel bisogno di separare le due sfere: i partiti e il governo. Cosa non facile se noi stessi indichiamo nelle amministrazioni il luogo privilegiato, se non esclusivo, dal quale attingere la nostra classe dirigente. Ma è anche questo un modo per convalidare quella fusione e condizionare le “carriere”, soprattutto nella costruzione di un consenso in grado di promuovere singoli o correnti verso quel solo traguardo. Se vogliamo dirci la verità, una parte dei costi impennati della politica viene da qui. Da quanto “si paga” oggi diventare consigliere comunale, provinciale o regionale (ai parlamentari, si sa, provvede una legge impresentabile). Da quanto costa in termini di autonomia e denaro. La domanda allora è se nella selezione del personale politico vive oramai l’intreccio tra la fedeltà a un Capo e un accesso di nuovo patrimoniale alle cariche pubbliche. Perché se questo legame esiste, anch’esso fa parte di quel clima che definiamo antipolitica, ma al fondo per molti è solo la presa di distanza da un’impostazione sulla quale noi per primi dobbiamo riflettere.

Lo dico perché, dietro quel sentimento, c’è anche la disponibilità verso una forza come il Pd capace di ripensare se stessa come faremo in autunno con un’assemblea tutta centrata su questi argomenti. In altre parole, il tema che nessuna procura può risolvere è come cambiano senso e funzione della politica. Ora, poiché l’interrogativo investe il modello di democrazia prima che il codice penale, ad esso non potranno rispondere i giudici. Devono rispondere i partiti, ovviamente se trovano il coraggio di rifondare se stessi nella collettività e non solo nei “palazzi”. Letta così la “nostra” questione morale non riguarda tanto il settimo comandamento, premessa scontata e che comunque ci impone, come stiamo facendo, di accelerare ogni misura di prevenzione e contrasto della corruzione. La radice del problema, almeno per noi, è tutta nel vuoto di risposte all’impoverimento etico dei partiti e alla crisi del loro ruolo. Insomma il tema del “chi” rappresenta “chi”, in nome di quali valori e per fare “che cosa”.

La destra questo divorzio tra società e politica lo ha incentivato in tutta coscienza, perché se per decenni idolatri economia e mercati a scapito del resto, l’esito sarà una separazione tra le ragioni della morale e i contenuti del pubblico percepiti come una variabile marginale o da affidare ai tecnici. Ne sono discese “democrazie oligarchiche” e partiti poco autonomi. A quel punto la stessa retorica sul rinnovamento, anche nel nostro campo, ha scelto di concentrarsi sulle persone riempiendo i giornali di volti nuovi, biografie e certificati anagrafici, mentre il ricambio delle idee svaniva all’orizzonte. Ma è questa abiura interiore la radice del problema. La realtà, non felicissima, è che oggi l’antipolitica alberga in primo luogo nella politica. In un’idea impoverita dell’impegno soggettivo troppo centrato sulla conquista dell’istituzione. Come se “farsi partito” potesse coincidere col “farsi governo”. Ma i partiti non possono ridursi a quello. La loro natura è occupare uno spazio più ampio, e direi anche più suggestivo, della sola dimensione istituzionale. Da sempre le culture politiche (perché dove non ci sono culture politiche non vi sono neppure partiti) filtrano interessi conflittuali della società, dell’economia, dei saperi.

Delegare questa mediazione interamente al governo o all’amministrare prima che sbagliato è pericoloso perché rimuove ogni zona intermedia tra il consenso, quando c’è, e la frattura, quando esplode, spesso in forme insanabili. Anche per questo rinchiudere i partiti nella rappresentanza è funzionale al modello dell’uomo solo al comando. Perché concentra le aspettative sul potere e riduce ogni altro strumento della partecipazione. Se conta solo la decisione conterà solo chi decide. Ma la forza di partiti e movimenti è stata soprattutto nel “processo” che ha condotto a soluzioni mediate, condivise, convissute. Non è poco. Dietro quella funzione c’è un pezzo della nostra storia. Ci sono le passioni forti e tragiche del Novecento. C’è la scoperta della politica accessibile alle masse e partiti in grado di ricostruire una nazione. Ci sono piazze popoli bandiere. E inni e simboli. C’è un’idea del mondo e delle leve capaci di scuoterlo, come accade tuttora. So benissimo che la strada non è tornare a un passato remoto, ma forse, se depurata dai riti, in quella sostanza c’era del buono. E quel buono era anche un ceto politico impastato di umiltà e una forza che gli venivano dall’ascolto e dalla relazione col fuori.

Ecco, forse è tempo di invertire il senso di marcia. Per riuscirci si deve ripiantare e coltivare come un bene indisponibile la distinzione tra partiti e istituzioni. Chiamiamola pure una riscoperta dell’autonomia della politica rispetto allo Stato. Ma è la sola via per ridare influenza alle classi dirigenti: abbassando la soglia dei costi o dei privilegi quando ci sono, e insieme elevando il discorso pubblico. In fondo è quello che ci è stato chiesto nell’ultima fase e che ci ha spinto al successo nel voto per i sindaci e per i referendum. Cos’erano quelle folle, quelle piazze, se non un attestato di volontà e un segno di rottura? Sarebbe da irresponsabili liquidare un patrimonio del genere arruolandolo tout court nel campo dell’impolitica. Dopo gli anni bui della destra quei mondi, di donne lavoratori movimenti, sono la condizione per aprire una fase costituente che ponga al centro la qualità della nostra democrazia, il bene più prezioso che c’è. Seppure in un passaggio che non è privo di apprensioni chi se non i democratici e una sinistra più larga è in grado di farlo?

Buone cose

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permalink | inviato da giannicuperlo il 2/8/2011 alle 11:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (77) | Versione per la stampa


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Provvedimenti della manovra finanziaria e suoi effetti

Pubblicato il 29 luglio 2011Non assegnata

I provvedimenti di emergenza per garantire una manovra di stabilizzazione stanno rivelando la realtà dei pesanti errori commessi dal governo nella politica economica degli ultimi mesi. Mi pare utile dare conto dello studio su questo tema realizzato dal PD, da cui si rivela un quadro inquietante di inasprimenti fiscali che andranno a colpire soprattutto i più deboli. Qui ne faccio un sunto schematico, per punti, l'intento è quello di proporre una sorta di breve guida per orientarsi in questa selva di provvedimenti che appaiono quanto mai di scarsissima efficacia e - in una sola parola - ingiusti.

 Provvedimenti della manovra finanziaria e suoi effetti

- Riduzione delle agevolazioni su imprese, casa e famiglia: la manovra stabilisce il taglio del 20 per cento dei regimi di agevolazione fiscale vigenti in Italia. Questo significa, in breve, colpire la famiglia (figli, istruzione, sanità, ecc.), il lavoro dipendente, le pensioni. E' del tutto assurdo pensare a una decurtazione automatica di questa entità.In buona sostanza, non sarebbe altro che un drammatico aumento della tassazione personale sui redditi, che già oggi grava per più del 90 per cento sui soli redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni. Più che di rigore, stiamo parlando di macelleria sociale.

 - Tagli ai ministeri: invece di rilanciare la crescita, il governo taglia le dotazioni al ministero per lo sviluppo economico, il più colpito dalla manovra.

 - Tagli agli enti locali: la manovra stabilizza i già pesanti tagli previsti dal DL 78 del 2010, e ne aggiunge di ulteriori. Sono infatti previsti tagli per 3,2 mld di euro nel 2013 e per 6,4 mld nel 2014. Vediamo come verranno ripartiti: le Regioni a statuto ordinario perderanno 800 milioni nel 2013 e 1,6 miliardi nell'anno successivo, quelle a statuto speciale 1 mld nel 2013 e 2 nel 2014. Le province, infine, dovranno rinunciare a 400 milioni nel 2013 e a 800 nel 2014. Altri provvedimenti restrittivi riguarderanno, tra gli altri, i patti di stabilità, le assunzioni del personale da parte degli enti, la riduzione di trasferimenti agli enti locali nell'ambito del nuovo regime di 'federalismo fiscale municipale' e l'accertamento di somme destinate a Roma capitale.

 - Ticket e sanità: la manovra prevede riduzioni della spesa sanitaria per 2,5 mld nel 2013 e 5,4 mld nel 2014. I cittadini non esenti dovranno pagare un ticket di 10 euro su ogni ricetta per prestazioni di specialistica ambulatoriale e 25 euro per il pronto soccorso. Il ticket si aggiunge a quello sulla prestazione, rendendo così spesso più costoso per il paziente ricorrere alle strutture pubbliche anziché rivolgersi direttamente ai centri privati. Il PD ha presentato una proposta di legge, firmata da Franceschini e Bersani, per sopprimere i ticket e chiederà che sia calendarizzata al più presto.

 - Privatizzazioni: è previsto che entro il 2013 il governo approvi uno o più programmi di dismissione di partecipazioni azionarie dello Stato e di enti pubblici non territoriali. Dietro questa procedura si cela l'insidia di privatizzazioni che rischiano di svendere aziende pubbliche che sono il fiore all'occhiello del Paese con un'operazione opaca e discrezionale.

 - Costi della politica. La manovra fa molto poco: i trattamenti economici dei titolari di cariche elettive e di incarichi di vertice non possono superare la media degli Stati dell'Area Euro, ma solo dei sei Stati principali, e comunque non prima della prossima legislatura; dal 2012 tutte le consultazioni elettorali, ad eccezione dei referendum, si svolgeranno in un' unica data (ma se ciò fosse stato fatto già quest'anno si sarebbero risparmiati 300 milioni); a partire dal primo rinnovo di Camera, Senato, Parlamento Europeo e Consigli regionali, i rimborsi ai partiti sono ridotti del 10 per cento, la riduzione complessiva, per effetto di altre norme correlate, sarà del 30 per cento. Sul tema, le proposte del PD prevedono la riduzione del numero dei parlamentari - 400 deputati e 200 senatori; la revisione entro la legislatura dei vitalizi dei parlamentari, riportandoli al sistema previdenziale in vigore per tutti gli altri cittadini iscritti all'Inps; la riduzione della spesa collegata agli affitti per garantire maggiore trasparenza e risparmiare sui servizi offerti.

 - Imposta di bollo sui dossier titoli: si aumenta l'imposta sui titoli in proporzione ai patrimoni. Il provvedimento si presenta dunque come una vera e propria patrimoniale, un'operazione di dubbia utilità in un momento in cui si dovrebbero incoraggiare gli Italiani a comprare titoli di Stato.

 - Le mancate 16 azioni per lo sviluppo: le aveva promesse il ministro Tremonti e dovevano essere previste nella manovra, ma non ve ne é traccia. Anche la liberalizzazione degli ordini professionali é stata bloccata dagli avvocati-parlamentari e dai ministri della maggioranza. Il governo non solo non ha accolto le proposte del PD riguardanti le urgenti liberalizzazioni con cui si volevano ridurre i costi delle famiglie in molti campi (banche, assicurazioni, farmaci, servizi professionali, carburanti), ma con le modifiche approvate, la manovra appesantisce ulteriormente la situazione economica dei cittadini.

 - Accise benzina: sono confermati gli aumenti, da cui sono indenni i titolari degli esercizi di autotrasporto. La manovra ha quindi reso permanente l'aumento dell'accisa portando il prezzo alla pompa di benzina e diesel a un record storico. Con l'inflazione ai massimi dal 2008, questo provvedimento rappresenta un'ulteriore tassa sui consumatori, che interviene mentre il PIl é quasi fermo e con disoccupazione e cassa integrazione in aumento.  

 Ecco qua. Buone cose.




permalink | inviato da giannicuperlo il 29/7/2011 alle 9:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


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POSTFAZIONE A POST-SCRIPTUM (DIARIO INTELLETTUALE FRA PC E PD) DI ALFREDO MORGANTI E GIORGIO PICCARRETA.

Pubblicato il 24 giugno 2011Non assegnata

Alfredo Morganti e Giorgio Piccarreta sono (o sono stati) due frequentatori di questo spazio. Poi hanno deciso di dar vita a un blog (l_antonio), ricco e pieno di spunti (ben più di questo). Da poco hanno selezionato e raccolto una parte dei loro post in un libro. Proprio un libro classico, con la copertina, l’indice, le pagine. Libro autoprodotto, si sarebbe detto una volta. Operazione favorita da “Il mio libro”. Mi hanno chiesto di scrivere una prefazione. L’ho fatto volentieri. In corso d’opera è divenuta una postfazione, ma sono dettagli. La pubblico qua sotto avvisando che non si tratta di un testo breve. I vostri commenti saranno più che graditi.

UNA POSTFAZIONE? NON PROPRIO.

Me la potrei cavare così: le pagine a seguire sono frutto di una contaminazione felice. Nascono sopra un blog. Per un blog sono state pensate e scritte ma trovano nella più classica delle trasmissioni – un libro – la loro sintesi. Però questo lo spiegano meglio gli autori nella loro introduzione. E allora potrei agganciarmi al capitolo sempreverde del linguaggio. Qua si parla di politica. Non solo certo, ma soprattutto di politica, il che dimostra il primato del pensiero sulla semplificazione dominante. I pigri possono andare all’indice finale – quello per tag – e farsi un viaggio pilotato nel flusso di coscienza degli autori. Non è detto sia il modo meno efficace per orientarsi. Insomma, pensando a come leggere quattro anni di un bel diario intellettuale (ecco, così lo chiamerei: un diario intellettuale), mi sono chiesto quale poteva essere l’angolo visuale più pertinente. E alla fine ho deciso. Siccome Alfredo e Giorgio amano la politica, e ne capiscono, meglio seguirli nella loro passione. Quindi niente prefazione, almeno del tipo classico. Proviamo a dialogare, a ragionare. Come fossimo su un blog. Insomma, questo è il mio post per un volume di post.

Dunque, lasciate che la prenda alla lontana. Il 14 dicembre dell’anno scorso ha segnato un punto di svolta nella legislatura. Molte delle cose accadute dopo, comprese alcune vicende di queste settimane, originano da quella data. Si votavano alla Camera le mozioni di sfiducia al governo e sulla carta, sino a poche ore dalla chiama, il destino della maggioranza era ipotecato. Poi la svolta. Voti raccattati in extremis, un paio di piroette remunerate e il governo ha scollinato, mettendo a sedere l’opposizione. Imprevisti. Ma la combinazione degli eventi, e delle parole, e di alcuni lampi vissuti dalla città (Roma), oltre alle chiavi di commento nei giorni a seguire, hanno detto molto su quella giornata e sul suo significato.

Lasciatemi fare due premesse. La prima è questa. Ricordate Gli Onorevoli, il vecchio cult di Bruno Corbucci? Era il ‘63 e tutti, ma proprio tutti, hanno stampato in mente il mantra condominiale di Totò (“VotantonioVotantonio…”). Lo spezzone interessante però è un altro: un paio di faccendieri intortano La Trippa (Antonio) con la spiega su come va il mondo tra promesse e appalti. La battuta d’avvio è formidabile: “In Parlamento tre voti possono essere sufficienti per salvare un governo. Ora noi applichiamo il do ut des…” Pare doppiata ieri per il gusto dello sfottò. Invece è originale. Tanto per dire che il reclutamento ha conosciuto un certo rodaggio per cui la questione non sta nella sorpresa, e neppure nel racconto del malcostume. Cose note, e di più. La faccenda, per noi, è cogliere la differenza tra il prima e un dopo. Capire quali fossero a suo tempo gli anticorpi per le storture del civismo più accattone. Poi, uno può anche pensarla all’incontrario, coi manigoldi destinati sempre a farla franca, da prima di Totò fino alle cricche e passando per il Pio Albergo Trivulzio. Personalmente non lo credo. Continuo a immaginarmi una trama di scambi talvolta indecenti dove la politica, con le sue prassi, ha comunque salvaguardato l’insieme: le regole della Costituzione, il conciliare interessi in conflitto e, in fondo, il maturare stesso della Nazione. Non quisquilie. Per la seconda premessa si cambia genere. Radicalmente. Forse l’accostamento col comico è blasfemo. Forse no. La citazione è nell’epistolario dalla prigionia del presidente Moro, per come ci è stato restituito dallo storico Gotor. In uno degli scritti Moro si rivolge al figlio. Così: “Voglio solo dire, senza contrastare la tua vocazione, che vi sono in politica fattori irrazionali che creano situazioni difficilissime. È meglio essere prudenti e difendersi dall’incomprensione. Sarei più tranquillo per te…..se non ti avviassi su questa strada. Io volentieri tornerei indietro…” Chissà se lo avrebbe fatto. Moro, intendo. Se riacquistando libertà e affetti avrebbe mantenuto quella certezza. Domanda assurda, e in fondo inutile. A noi resta la durezza del parere. Fattori irrazionali li chiama il presidente della Dc, e destinati a creare situazioni difficili. E da lì l’ammonimento al giovane. L’appello a star lontano da quella strada, al punto da confessare che potendo – ma egli sa di non potere, e ciò finisce coll’esaltare il proposito perché ne certifica l’atto di pura testimonianza – avrebbe fatto lo stesso.

Due impotenze. Due tra le tante di una memoria sconfinata. Istantanee di una politica vietata. Proibita. Irrazionale al meglio. Patologica nel senso comune. E allora l’ultimo passaggio formale – il voto del 14 dicembre – al di là dell’esito, ci riconsegna un paio di problemi vecchi più di noi. Il primo è la natura della politica in un paese pervaso di anomalie. La sua agibilità. La possibilità di accedervi senza smarrire il senso di sé. Non è solo questione di moralità, che pure conta e parecchio. È la domanda su cosa la vita politica sia divenuta nel tempo medio dell’ultimo ventennio, quello dominato, e forse anche domato, dall’ego scomposto del capo della destra italiana. Oltre la tattica parlamentare e i mezzi poco ortodossi per salvare un’anatra azzoppata resta incompiuto l’argomento su cosa sia oramai da considerare ortodosso e cosa no. Comprare i voti, certo, questo non è conforme. Ma quel mercato segna l’inizio o la conclusione della trama? Insomma, è causa o effetto della politica malata? La risposta pesa. Perché se lo riteniamo causa basterà cacciare i mercanti dal tempio. Non sarà facile ma neanche impossibile e, tutto sommato, con l’ultimo voto amministrativo – da Milano a Cagliari passando per Trieste – abbiamo iniziato a farlo. Viceversa, se lo giudichiamo effetto, bisogna risalire il fiume per comprendere dove nasce l’inquinamento. In quale punto del suo corso l’acqua da pura si fa imbevibile.

E allora partiamo da qui. Dalla più consunta delle questioni, quella morale, e dalla più divaricante delle stagioni tra persona e politica. Almeno nei tempi recenti. E partiamo citando il Guicciardini citato a sua volta da Roberta De Monticelli: “Pregate Dio sempre di trovarvi dove si vince, perché vi è data laude di quelle cose ancora di che non avete parte alcuna”. Eccoci serviti. Siamo noi, gli Italiani. Guicciardini, del resto, aveva lo sguardo lungo. Leggere per credere: “Nega pure sempre quello che tu non vuoi che si sappia, o afferma quello che tu vuoi che si creda, ancora che in contrario siano molti riscontri e quasi certezza, lo affermare o negare gagliardamente mette spesso a partito el cervello di chi ti ode”. Troppo facile applicare le massime al presente. Perché qui a stare dove si vince e dire l’opposto di ciò che si crede è palestra quotidiana. Però dietro il rimando c’è il rischio dell’affresco classico: paese senza “onore” e poco sensibile al culto della stima altrui. Da Stendhal a Leopardi, concetti logorati dall’uso. La novità, casomai, è nella miscela tra decadenza statuale e rappresentanza screditata. Poco rispetto per il pubblico e un profilo barbaro del professionismo politico. In una sintesi: sono svaniti il prestigio delle istituzioni e l’autorevolezza dell’autorità. Deriva drammatica, da arginare e contenere pensando subito alla bonifica necessaria. Cosa non facile. Prendiamo la compravendita dei voti alla Camera. Hai voglia a sgolarti nella querela. La prova empirica pagherà di più, e milioni ne trarranno conferma per il giudizio accennato.

D’altra parte, come stupirsi? La logica mercantile ha plasmato lo spirito del tempo e se tutto si commercia allora si commercia di tutto. Punto. Vero pure che a destra non si sono fatti scrupoli e hanno inquinato la falda senza curarsi della ricaduta a valle. Ma è solo la destra? Solo da lì è venuta l’intossicazione? Vediamo. Da tempo lamentiamo una nostra – degli altri si occupino gli altri – perdita di autorità. Sarebbe da argomentare meglio, ma stiamo alla sostanza. Sempre più spesso il problema per noi non sorge dal merito del detto ma dal fatto che a dirlo siamo noi. È una crisi di fiducia. Uno può concordare con l’argomento ma la fonte valica il contenuto e ne profila l’impatto. A questo clima contribuisce la qualità del ceto politico e le modalità di selezione, ma sarebbe un errore arrestarsi qui. C’è dell’altro e quest’altro, per affluenti diversi, conduce a due tratti del tempo. Li ho visti riassunti così, e mi pare un compendio efficace: il trionfo dell’immaturità e il bando di due generazioni. Ora, entrambi hanno molto a che fare con la politica e in generale con la sfera pubblica. E allora osserviamoli da vicino. Per la prima volta, a memoria diretta, la classe di popolo più energica e vitale, quella compresa tra i venti e i quarant’anni, è privata della decisione su di sé. Paradosso di un tempo in cui la vita adulta rifiuta l’ingaggio di ruoli e responsabilità destinati a convertire l’età in fenomeni sociali. La ricaduta di questa incompiuta è una classe dirigente gonfia di titoli e vuota di peso, protesa com’è a impossessarsi dei profili culturali, linguistici, e persino estetici e corporei della giovinezza. A pensarci, è incredibile come il giovanilismo depurato di senso abbia penetrato la scorza di solide culture civili, compresa la nostra. La cosa in parte si motiva con la pressione della “società bloccata” e di una mobilità assente. In questo le gerontocrazie, trasversali a istituzioni e sotto-comunità, hanno saturato il clima. Ma dietro la ragione sacrosanta del rinnovamento si è scoperto il mito della semplificazione, a cominciare dal principio di responsabilità. Lo sbocco? Società frenate non più solo nel ricambio ma nel diritto a maturare. Non una comunità, a quel punto, ma la sua caricatura, dove l’essere giovane da stagione di transito si è fatta condizione durevole di uno scambio infelice tra obblighi e privilegio, diritti e immunità.

Letta così la giornata del 14 dicembre era un presepe vivente, con le statuette dislocate e i ruoli assegnati all’incontrario. Fuori, una massa di giovani reali (degli episodi di violenza converrà dire a parte) carichi della rabbia di chi si vede occluso l’accesso all’età consapevole. Dentro il Palazzo – uno dei Palazzi – una quota di adulti anagrafici sgombri da ogni appesantimento del ruolo. Liberi di volteggiare tra una dichiarazione e un voto, maturi e pingui nel corpo ma senza coerenza di linguaggio. Lieti di agire come frammenti fuori dell’appartenenza a qualcosa: un partito, un pensiero, un corredo di norme da osservare in coscienza e di cui rispondere agli altri. Insomma all'esterno, per le vie, giovani rapinati del diritto a invecchiare. Dentro, adulti che ripudiano la maturità. E al centro l’uomo che il mito della giovinezza ha sublimato. Il vate di replicanti chiamati per nome a percorrere i venti metri dello stretto corridoio alle spalle del Capo, con la speranza che Lui si degni di rivolgere loro uno sguardo, una mano aperta o una benedizione, fasulla come tutto il resto. Si potrebbe liquidare la scena spolverando il solito particulare e la fragilità dell’autonomia del soggetto in ordine alla morale, tra i frutti maturi della coscienza illuminista e saldo teorico della modernità. Ma sarebbe una consolazione. Per giunta magra, come si usa dire.

La crisi della politica – ed eccoci al punto – ha certo molto di culturale, nel senso dei costumi in uso e delle logiche a loro sostegno, ma è soprattutto dirompente sul piano sociale e nella frattura destinata a prodursi. Perché una volta sviluppato il fotogramma del giorno atteso – il 14 dicembre – e inquadrati i volti del mondo di fuori (gli studenti) e di quello di dentro (la politica), non si può ignorare la realtà. Chi sta dentro non rappresenta il fuori, e sin qui non è la prima volta. La novità è un’altra: chi sta fuori rivendica quel limite – “non ci rappresenta nessuno” è uno degli slogan – come prova non dell’autonomia dei movimenti (roba antica), ma della distanza dai referenti classici di ogni protesta. Incidenti e violenze, temo, si collocano a questo livello e non a quello, certo più rincuorante, dell’infiltrazione in un corpo respingente. Anche qui, non perché a migliaia scagliassero tavolini addosso alle divise. Ma perché a migliaia consideravano gli agenti un filtro, forse inevitabile, tra loro e il nulla: “Non ci rappresenta nessuno”, per l’appunto. Il che alimentava un sentimento diffuso non ostile alle forze dell’ordine ma a “classi dirigenti” responsabili perché totalmente irresponsabili. Colpevoli agli occhi di milioni di persone – giovani ma non solo, non si è giovani a quarant’anni – perché letteralmente immature. In questo senso l’aspetto tragico della giornata non è stato il lancio dei sassi ma l’applauso dei molti. Lì matura un consenso da ricongiungere presto a una sfera pubblica di nuovo accessibile. E, insisto, consapevole. Qualcosa che si è rivisto nella piazza madrilena degli indignados. D’altra parte, quanto può durare – dico, proprio sotto il profilo del calendario – la cancellazione dalla cittadinanza di un pezzo di società (quantificato, più o meno, in una trentina di milioni di soggetti)? Mesi? Anni? Un ventennio? Quanto può sopportare una comunità disorganizzata, ché tale è quel popolo energico ma frantumato, lo sfregio dei diritti primari, alla dignità del lavoro, a un reddito, alla mobilità? I segnali del resto d’Europa o qualche avvisaglia da oltre Atlantico o dalle piazze madrilene sull’impatto della fine del ceto medio, dovrebbero azionare l’allarme. Insomma se, giunto a una certa tensione, l’elastico del ricatto dovesse spezzarsi, cosa può accadere che noi oggi non conteggiamo tra gli scenari possibili? E ancora. La dimensione di questo movimento – ma lo stesso vale per un segmento del mercato del lavoro a partire da quello operaio – agisce tuttora nello spirito rivendicativo. Le richieste hanno origine definita e sbocchi materiali. Si polemizza con la riforma dell’università o si contesta la piattaforma Marchionne. Ma cosa potrebbe implicare l’insorgere di una coscienza politica se depurata, com’è ora, da ogni riferimento nelle istituzioni? Se quel popolo di senza diritti, impediti nell’accesso all’universo adulto, dotasse il conflitto esploso di una cornice non più solo sindacale, quali effetti si avrebbero nell’equilibrio scassato della pratica di governo? Ecco perché l’impressione è di camminare su una santabarbara. Un accumulo senza eguali di rabbia taciuta e un vuoto di rappresentanza destinati ad acuire quel moto sin oltre i limiti resistibili. Con conseguenze impreviste.

Ora, se la cosa dovesse accadere non sarà irrilevante come gli attori politici si offriranno al cospetto. Con quale autorità, quale linguaggio, profilo e collocazione. Se l’insieme della classe dirigente fosse travolta – anche solo nell’immagine – da una percezione di immaturità o se la sua parte migliore cercasse riparo dalla grandine imboccando la strada del messianesimo (un uomo solo a incarnare il “bene” come reazione all’uomo solo tribuno del “male”), l’esito sarebbe dato. Perderemmo tutto in un colpo: lo Stato, le regole, la leadership. La nostra reputazione. Il nodo è attrezzare una risposta. E ciò richiede antagonismo al divorzio di rappresentanza e responsabilità. Radicalità nel rovesciare culture inadeguate a dar conto della crisi di economia, democrazia e unità della nazione. Variazione del linguaggio per imporre interessi disancorati dal vecchio classismo. Sembra un dettato, e magari lo è, nel senso della formula. Ma una cosa appare chiara: tutto ciò è oggi il compito della sinistra. Democratica, progressista, laica, plurale nelle sue ispirazioni, e anche tollerante, aperta, ambientalista, europea, moderna e responsabile….e bla e bla….ma la sinistra nella sua materialità. Perché senza questo non si salva il paese né se ne risolleva l’anima.

Purtroppo, esattamente qui si è manifestata a lungo la difficoltà del Partito Democratico. Il suo affermarsi per rimozione. Cercare lo slancio in ciò che non si è più o non si è mai stati. Aprendo così una via di fuga dal secondo problema lasciato in eredità dal giorno della sfiducia: come si ricolloca questo partito al centro della scena? E cosa significa, nel concreto, ripartire dall’Italia che c’è? Inutile riavvolgere il film. Basteranno dei flash. La nostra è crescita bloccata. Le proiezioni parlano dell’uno per cento su base annua, praticamente nulla. Il debito pubblico viaggia attorno al 121 per cento del Pil. Se il governo sgoverna, quindi, è anche per mancanza di risorse. Non c’è un soldo in più da destinare al sapere o a infrastrutture o a uno straccio di politiche per lo sviluppo. In questa dimensione le sorti del citato popolo senza diritti paiono bollate. Bastano due calcoli sulla previdenza simulata di un trentenne a tempo determinato per intuire il dramma di un futuro prossimo. Il combinato dell’oggi con la prospettiva media nutre la rabbia. In questo, la precarietà è il sedimento esplosivo, la crisi può funzionare da miccia. Sullo sfondo lo Stato centrale è a rischio bancarotta. Se la crescita resta inchiodata poco sopra lo zero non avremo solo tagli a trasferimenti e servizi, ma un problema di contabilità nella spesa per interessi sul debito. Questo al di là delle manovre speculative e dei rischi di instabilità. Per la verità, non c’è più nulla di stabile in un modello dove risparmio privato e welfare domestico sostengono il minimo vitale di una metà abbondante delle famiglie, ma in assenza di strategie sulla ripresa economica, sulla coesione e il rilancio del sistema-paese. Piaccia o meno, l’emergenza è nelle cose. Negli indicatori e nella sfiducia. Col corredo di retoriche secessioniste storicamente ridicole ma nocivamente attive. In questo il 150° ha il sapore del paradosso, con l’anima del governo – la Lega – fondata sul proposito di disunire l’Italia. E non come artificio oratorio ma nella persuasione di una nazione partorita per equivoco. Naturalmente si può discutere se il Risorgimento sia stato per noi un evento fondativo paragonabile alla “grande Rivoluzione” per la Francia o alla Riforma per la Germania. Ma certo, nell’anniversario dell’unificazione fa riflettere una guida del paese affidata a quanti di quella unificazione contestano natura e sbocco. Tutto ciò, per altro, impone al capo dello Stato un ruolo di supplenza e ne fa la calamita di resistenze sparse, mentre la protervia dei soli padani alimenta rigurgiti borbonici e finisce col demolire quel tanto di “unità culturale” edificato nel tempo. Letta così la saldatura tra crisi economica, della democrazia e della cultura si presenta, nel caso nostro, con tratti particolari e fa dell’Italia crepuscolare di Arcore il prototipo di un intrico pericoloso. Perché combiniamo il collasso della politica, la marginalità di economie residuali e una regressione del civismo alimentata, come in altri momenti, dal sovversivismo dall’alto, il più cinico per natura. Quanto poi ai tentativi di introdurre correzioni drastiche nell’assetto attuale, spiace dirlo, ma per il momento essi vengono in prevalenza dal fronte opposto. Fronte culturale, in questo caso. Se parliamo di relazioni industriali, il pensiero vola alla Fiat e a una visione del macro-mercato scandito dalla competizione al rialzo sul prodotto, ma come rimbalzo della soppressione di diritti nel lavoro. Simboliche le reazioni del nostro campo, anche per la formula prescelta. Di là si mette in pista un modello sociale del tutto insolito. Una costruzione fondata non solo su compatibilità di ciclo e orari ma principi e ruoli. Di qua la replica è nel metodo: “dobbiamo raccogliere la sfida lanciata”. Altri sfidano, noi raccogliamo. Bisognerebbe rovesciare i ruoli.

La sostanza, comunque, è semplice. Il modello di crescita del trentennio, proteso verso il massimo profitto privato con una subalternità di regole e politiche, per mille e più ragioni, tutte catalogate in ampi scaffali, si è risolto in una catena di rischi sociali ingovernabili, nell’ineguaglianza assurta a valore e in una cittadinanza ristretta con la capriola della società dei due terzi. Per la sinistra affrontare la crisi equivale a dettare i contorni di un modello diverso sapendo che solo una crescita sostenuta nel tempo è in condizione di agire sul deficit senza deprimere lavoro, ricchezza, diritti. Ogni scorciatoia rispetto al traguardo ci espone a incursioni della cultura avversaria, nel senso che la crisi ha forse stroncato il consenso verso il capitalismo di rapina, ma quei valori in assenza di alternative tendono a riproporsi. Meno tasse, poco Stato, fino a condoni e tagli lineari: la destra non possiede una sola micro-idea da spendere nel confronto. Ma ciò non le impedisce di profittarsi del vuoto riciclando la vecchia dottrina, per quanto scaduta. La battaglia dunque – ma serve ancora ripeterlo? – è intellettuale. Di visione: della società, della persona, della responsabilità di ciascuno. E il patto – repubblicano, democratico, sociale – deve, nel nostro caso, tener conto di tutto. Dell’unico orizzonte praticabile per soluzioni di sistema, vale a dire l’Europa. Del compito di rifondare lo Stato dopo la Vandea. Del bisogno di restituire potenza alla politica dopo le umiliazioni patite. Della speranza di spegnere la miccia prima della fiammata. Chi azzarda l’ipotesi di una soluzione per fasi – prima lo Stato e poi vedremo. O, prima il lavoro e dopo le regole – semplicemente sbaglia l’azzardo. Il paese è in panne. Tanto popolo pure. La politica fatica, anche se i segnali di Milano, Cagliari o Napoli dicono che un po’ di vento si è alzato. Ma è la democrazia ad apparire meno attrezzata di prima. Molto pare congiurare contro. E invece le potenzialità sono lì, enormi. Ma vanno colte riscoprendo prima di ogni altra cosa un sano coraggio del dire. E del pensare.

Torno al punto o alla premessa. Come si ricostruisce la credibilità dell’offerta politica? La sensazione, scorrendo l’album degli ultimi anni come fa questa raccolta, è in una risposta binaria. Non che il tema non fosse posto e percepito. Tutt’altro. Ma la replica si è mossa lungo due binari: l’affanno programmatico e l’investimento sul carisma come sintesi contemporanea dei valori incarnati in proposta. A destra questo modello ha conosciuto la sua epifania. A sinistra si è operato di riflesso specchiandosi nello schema senza goderne la paternità. Nella sostanza, le differenze si sono accorciate e già questa è parsa una stramberia: criticavamo l’avversario sino a scomodare l’antropologia, ma flirtavamo con alcuni dei suoi tratti, e non sempre i migliori. Anche per questo l’intera vicenda del Partito Democratico è parsa a lungo dilaniata tra l’ambizione e il vissuto. Limite non solo nostro. Per dire, la sinistra radicale o la gamba centrista e le scaglie nate per dissociazione dopo l’aborto del bipartitismo hanno pagato un prezzo simile. La valanga è scesa a valle, come da natura, e senza risparmiare alberi e cespugli. Anche da questa parte, quindi, le energie, spesso le eccellenze ma in generale i grandi numeri, si sono aggrappate al mito del fare e alla fede nel leader. Programmi e Primarie. Da molto tempo, navighiamo tra questi due scogli, scegliendo di volta in volta l’approdo più ravvicinato. Dunque, due binari: fare e decidere. Pillole di buon governo e abilità di comando. Programmi e Primarie, appunto.

Tutte le nostre leadership, a iniziare dalla metà degli anni ‘90, si sono inchinate alla sintesi. Tutte. Chi lo ha fatto con maggior garbo e chi con furore. Ma la sostanza non è mutata. Il tratto comune a stagioni successive – vale rammentarne l’ordine: D’Alema Prodi Rutelli Veltroni Fassino Franceschini (Amato non è una dimenticanza ma è parentesi a sé, mentre per le ragioni anzidette si può aggiungere il governatore pugliese) – è stato nel giudizio di fondo sulla irriformabilità del partito politico. Il termine è urtante e ostico a dire, lo so. Non piace irriformabilità? Vale anche fallimento, cessazione, cancellazione. Conta la sostanza. Le leadership del centrosinistra – almeno fino a Bersani ed è stato il suo dissociarsi esplicito da quella premessa, credo, una ragione del successo alle primarie – hanno teorizzato e praticato il superamento della motivazione individuale nell’accesso alla politica. Non ho scritto della forma organizzata perché sarebbe una bugia. Anzi. Noi abbiamo alimentato la partecipazione, ma nella dinamica pressoché esclusiva dell’acquisizione del consenso dentro il combinato tra primato personale e azioni simboliche perseguito dalla destra. Per quanto ci riguarda, da oltre un decennio le energie vitali della politica sono blindate nella lotta per il sostegno delle leadership, a ogni livello. Nel vissuto diffuso, circoli e sezioni si sono riciclati in comitati elettorali. Le primarie sono oramai la principale se non esclusiva opportunità di richiamo. E la cosa, in parte, giustifica la reazione indignata quando se ne evoca il tagliando. Ma c’è un nodo. Anzi un groviglio di nodi. E tutti si connettono alla stessa questione: quali conseguenze ha prodotto nel medio tempo la certificazione della morte dei partiti? Certificazione – ripeto – solo allusa da alcuni e oggi rivendicata addirittura da alcuni come terapia? Non serve farla lunga. La conseguenza fondamentale sta nel legame tra quelle forme strutturate di presenza nella comunità – i partiti come sintesi di pensiero, rappresentanza, interessi – e la maturità del sistema-paese. Nella vicenda repubblicana, i partiti non sono stati solo poli di partigianeria, ma culla di responsabilità. Teorizzarne la fine – non la riforma, la fine – ha lasciato libero un terreno determinante nella formazione dello spirito civico e in quel vuoto hanno agito, com’era inevitabile, le reti corte (famiglia e territorio) e la nuova trama della cultura diffusa. L’effetto è sotto gli occhi. Sono evaporati legami profondi. Si è scomposta la dimensione degli obblighi. La tensione verso il cambiamento ha privilegiato i simboli carismatici in una perdita di fiducia verso l’autonomia delle persone e accentuando i fantasmi di quelle soluzioni autoritarie che Gramsci, ripreso da Michele Prospero, in un bell’articolo su Il Manifesto, imputava alla mancanza di grandi partiti la conseguenza di una “scarsità di uomini di Stato”, una “miseria nella vita parlamentare”, la “facilità di disgregare i partiti corrompendone […] i pochi uomini indispensabili”. Profezie. Insomma, uccidere partiti, che per altro si erano largamente feriti da sé, ha liberato istinti sopiti. Egoismi annosi. Non perché la delega alle vecchie classi dirigenti esaurisse la natura dei problemi. Fosse stato così non avremmo ereditato il peso delle loro magagne. Il punto è ricostruire una politica attratta dai legami sociali e collocare la tutela degli interessi, anche quando frammentati, dentro una cornice di regole e principi statutari della politica stessa e dello Stato. Se cancelli questo orizzonte suoni la libera uscita. E lasci che il desiderio – anche nel suo abito individuale – si travesta da legge. Oppure svuoti la norma dell’anima e delle ambizioni culturali che le sono proprie. Tematiche quest’ultime presenti, e riccamente, nel carteggio tra Massimo Recalcati, Giuseppe de Rita e Ida Dominijanni, ospitato anch’esso su Il Manifesto.

Bene, ma allora? Allora si tratta – diciamo, si tratterebbe – di sollevare il velo su questioni lungamente accantonate. Dalla politica s’intende. A iniziare da cosa può ridare speranza alla comunità e spessore carismatico alle identità collettive. Se non piace chiamarle partiti si usi pure un’altra chiave. Conta l’essenza, il nesso tra una cultura sul mondo e la dimensione organizzata del consenso. Già in questo vi sarebbe la novità dell’accostamento tra l’aggettivo e il sostantivo. Carismatico il primo, l’aggettivo. Usato negli anni vicini come qualifica esclusivamente soggettiva: un leader carismatico, una personalità carismatica. Mai un partito carismatico, un simbolo, una identità collettiva. A memoria non saprei risalire a una simbologia del genere. Però certo, c’era qualcosa di carismatico nella falce e martello, come nello scudo crociato. E persino quel garibaldino di Craxi promosse il garofano a simbolo di una decadenza travestita di modernismo. Oggi non più. Oggi i simboli dei partiti sono freddi come ghiaccioli. Lo stesso loro cromatismo fuoriesce dal rebus delle telecamere e i fondali degli eventi, come i simboli, replicano scenari televisivi. Da anni nelle adunate di partiti e movimenti l’illuminazione dei palchi fa da pendant col buio delle platee. Non è solo la teatralità dell’istante. Quella esisteva anche prima. È la scenografia di un racconto dove il Capo va esaltato e per farlo si devono abbassare i riflettori sul resto. In questo, ascesa e discesa da ponteggi o pedane dei riti collettivi è divenuta una retorica a sé. “I politici giù dal palco”, strillano i movimenti stagionali. “Sul palco solo il Segretario”, replicano i partiti. Vi è quasi paura per la prossemica di un progetto condiviso. L’opposto di quelle incredibile tribune a venti scaloni, erette da carpentieri militanti, dove sedevano le gerarchie delle forze costituenti. Con una regia non meno rigorosa negli accostamenti delle presidenze, e dove salire o scendere di un filare poteva segnare destini e fulminare carriere. Ma il colpo d’occhio, perbacco! Il colpo d’occhio restituiva il carattere dell’insieme. Era un partito che si offriva. Qualcosa di simile alla fotografia di classe nell’album conservato a casa dei genitori. Adesso niente album e niente fotografia. Peccato. Dicevo, sollevare il velo. E restituire prestigio al collettivo.

Un’impresa! Ma l’impresa, per nutrire speranze, ha da rifiutare l’idea della politica rinvigorita per la minore intensità del suo desiderio. Non è quella la strada. Non lo è mai stata. Nel riscatto dal bisogno si è rivelata la potenza di nuove classi. Al fantasma della libertà si sono rivolti i popoli. Le trasformazioni originano sempre da spinte e ambizioni impensabili nell’antefatto. Poi, certo, i mutamenti del ciclo economico inducono quelle domande, in qualche misura le plasmano come nel passaggio al tempo dell’industria e poi del terziario o dell’information technology. Il punto è considerare la politica, quasi per definizione, parte del processo. Non può limitarsi ad accompagnarne i fatti e arrestarsi dinanzi alla complessità. Perché la politica non può mai abdicare. Se lo fa e si ritrae legittima la sua assenza e prima o poi pagherà il prezzo del suo disprezzo. Al di là dell’onestà o meno dei suoi membri, apparirà semplicemente inutile. Ora, accolta la valutazione – la politica serve se si misura col reale – quale immensa fragilità di senso e di scopo c’è in una sinistra chiamata a dar conto di nuovi conflitti in ordine alla libertà o alla dignità, ma nuda nel dichiarare la sua impotenza perché tormentata da una soglia invalicabile oltre la quale vige il primato della coscienza? Mica parliamo delle solite cose, temi etici e roba simile. Prendiamo il tema economico per eccellenza: la crescita. Su questo piano vivremo un processo meno lineare rispetto al passato. L’ordine dei fattori – scoperte, nascita di industrie, screening e consumi – potrà conoscere accelerazioni brusche e arretramenti non meno rapidi. Ma ho ricordato sopra come per uscire dalla crisi peggiore del secolo servirà un progresso non effimero. E allora? Come siamo destinati a procedere? Dovremo per forza, da qui in avanti, campare stretti nella morsa tra minori diritti o nessun diritto, come ci spiegano i campioni del razionalismo moderno? Forse nel nostro caso si può dire così: la destra in questi anni ha gestito i grandi beni comuni senza mai abbandonare l’idea di una arretratezza inguaribile della “nazione italiana”, del nostro modo di gestire la dimensione pubblica, il rapporto tra pubblico e privato, fino al capitolo del rispetto delle regole, inteso come sano vecchio civismo o senso dello Stato. La sottolineatura serve per il ragionamento a seguire. 

Di fronte alla crisi attuale si può reagire con il modello fondato sulla stretta dei bilanci pubblici anche a rischio di alimentare la recessione. È un timore (quello della recessione) condiviso per esempio da Obama il quale tuttavia deve far fronte in casa a chi pensa di curare le grandi crisi esattamente a questo modo. A parole poi gli stessi fanno di quella austerità la premessa di una nuova crescita, ma non sanno dire bene cosa voglia significare. La realtà è più semplice: nella crisi collassa un particolare modo di intendere il valore dei grandi beni pubblici, lavoro e sapere, territorio, paesaggio, cultura, energia, risorse…e se non si coglie questa frattura – politica, sociale e culturale – non si mira al cuore del problema e della svolta possibile. Proviamo a dirlo meglio. Come sappiamo tutti, il vecchio modello della crescita si è fondato su due presupposti abbastanza immodificabili. Da un lato la promessa di una riduzione fiscale, intesa come sola leva di crescita e benessere. Dall’altro una politica monetaria espansiva: doveva circolare molto denaro perché questa era la garanzia di consumi crescenti con benefici a cascata. Era una magia, se preferite, una partita di giro, ma insomma la conseguenza c’è stata: molti – troppi – hanno vissuto a lungo sopra le loro possibilità e oggi l’Occidente paga il conto. In termini di licenziamenti, tagli ai salari, pensioni più leggere. O anche col ricatto del dottor Marchionne. Bene, pensare a questo clima come al più propizio per far spendere soldi alla gente è un po’ una favola. Da parte loro le imprese, almeno alcune, non investono per paura: perché la capacità produttiva destinata a restare inutilizzata cresce mentre le prospettive della domanda non sono incoraggianti. Ecco perché la scelta dell’austerità può innescare una nuova depressione: oppure una stagnazione di tipo giapponese, vale a dire ventennale. In questo caso anche l’obbiettivo di ridurre il deficit fallirebbe a causa della riduzione delle entrate (per inciso, oggi il debito pubblico di Tokio supera il 200 per cento del Pil). Insomma, la via dell’austerità è sbagliata: perché a parole punta a ridurre i deficit pubblici così da rilanciare consumi e investimenti, ma lascia completamente all’oscuro la domanda sul tipo di sviluppo che si immagina per il dopo. Ma questa è la vera domanda recapitata dalla crisi, e oggi la vera opportunità per noi se vogliamo dare sostanza alla “nostra” alternativa rispetto alle scelte degli ultimi cinque o sei lustri.

Fissate le coordinate, noi dovremmo dire una cosa semplice: lo sviluppo concepito sin qui ha prodotto squilibri enormi nell’economia mondiale, con un eccesso produttivo nei beni di consumo, ma un difetto pauroso in altri campi (i beni pubblici di cui sopra). Insomma nei fatti la rivoluzione tecnologica è stata orientata verso i consumi del primo tipo e si è ignorata la seconda gamba. Però oggi quella seconda gamba è anche la sola in grado di restituire alla crescita una prospettiva non effimera e di farci riscoprire il valore dei beni comuni. In altre parole il solo sostegno quantitativo alla domanda non risolve il problema degli squilibri, anzi può persino alimentarli. Pensiamo alla bolla tecnologica del 2000, dopo la quale Bush ha utilizzato il deficit pubblico e una politica monetaria espansiva per combattere quella recessione, ma sempre dentro il modello che la bolla stessa aveva originato. E infatti pochi anni dopo se ne è generata un’altra, persino più grave. Non si scappa: serve una nuova ipotesi di sviluppo e servirebbero altre politiche industriali. Approccio comune a tutti i paesi avanzati. Allora è giusto puntare sul risparmio, ma il problema è convertire le maggiori risorse finanziarie in investimenti coerenti con questo diverso schema di crescita. Quindi spetta agli Stati e ai governi (nel nostro caso a un partito democratico, temporaneamente all’opposizione) avere una visione adeguata. E parole e pensieri coerenti. Non è questione di “narrazione”, come spiegano bene i nostri autori. Se mi appassiona la narrazione mi iscrivo alla scuola Holden di Baricco, non a un partito. Tradotto, se abbiamo subito una dura sconfitta culturale perché hanno prevalso a lungo le idee dei nostri avversari, non sarà l’evocazione di nuovi racconti a rovesciare i rapporti di forza. Ma la tessitura paziente di una trama di pensieri. Nel nostro caso la sfida è mobilitare le risorse pubbliche e private verso una modernizzazione possibile: delle strutture, del territorio, ma anche dei consumi, dei costumi, dello spirito pubblico in un paese violentato. La destra non ha i fondamenti per aggredire un problema simile. Loro non sono più la soluzione, adesso sono il problema. Noi, per parte nostra, dobbiamo sapere che una svolta del genere pretende uno strappo col pensiero economico più diffuso. Ed è giusto così, perché ogni modello di sviluppo incorpora un suo sistema di valori. Quello della destra – sia detto con onestà – è stato un sistema di valori formidabile. Lo si capisce leggendo l’audizione di Alain Greenspan (il longevo e potentissimo capo della Fed americana) davanti ai deputati del Congresso. Siamo nel 2008 quando la peggiore crisi del secolo oramai è roba manifesta. Lì, in mezzo a quei deputati afflitti, uno tra gli uomini con le maggiori responsabilità sul disastro parla in sincerità. E lo fa così: “Ho trovato una falla. Non so quanto grave o duratura. Ma il solo fatto che esista mi ha sconvolto”. Allora un deputato gli chiede: “In altre parole lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, non era giusta, che non funzionava?” E Greenspan: “Precisamente. Proprio così. È esattamente questo che mi ha colpito. Perché sono andato avanti per più di 40 anni nella certezza assoluta che funzionasse benissimo”. Viva la faccia, ma questo è successo. È crollato un modello sociale fondato su valori di granito. In quel pensiero unico le figure centrali sono divenute consumatori e proprietari (la Thatcher brindò quando il numero degli azionisti superò gli iscritti ai sindacati). Ma poiché la maggior parte della popolazione non era in grado di concorrere a quella corsa le diseguaglianze sono aumentate e noi oggi facciamo i conti con società più ingiuste, più insicure. Nel complesso più infelici. Dove dai venti ai quarant’anni sei uno avulso. In ogni senso. E il tutto avviene in un mondo dove quella ideologia, piaccia o meno, ha già mutato molte cose in profondità. Per esempio, nei rapporti di forza e in una dimensione non banale come per secoli è stata la centralità dell’Occidente. Mica poco. E non è solo quello, che pure basterebbe e d’avanzo. Ma pensiamo alla relazione tra storia della vita e dell’intelligenza. Le premesse della nostra esistenza sono destinate a modifiche crescenti, e cultura e scienza potrebbero assumere un ruolo inedito.

Chiedo: si può immaginare – anche solo immaginare – che un processo tale non investa la politica nella sua responsabilità? Di questo si parla: crescita, persona, libertà e autonomia, ragione, responsabilità. Forse avremmo dovuto ascoltare meglio l’ammonimento recente (14 agosto 2010) di un uomo prezioso come Tommaso Padoa Schioppa: Instabilità e incertezza non nascono da disaccordi in campi, pur importantissimi, di politica ordinaria: scuola, disoccupazione, servizi pubblici, sicurezza dei cittadini. Ancor meno, però, nascono da un semplice scontro di personalità e di potere. Le questioni da cui nascono sono più, non meno, fondamentali della politica ordinaria: contrappongono diverse concezioni dello Stato, della politica, della legalità[….] Al contrario delle deboli scosse di assestamento che dopo il 1948 hanno accorciato la vita dei governi della Prima Repubblica lasciando intatte strutture del potere e direttrici di fondo, qui si muovono faglie profonde: la legalità, lo Stato di diritto, l’architettura dello Stato, il funzionamento delle istituzioni e della democrazia. In estrema sintesi, la vicenda della modernità, almeno in Europa, è scandita dalla diffusione crescente delle scelte riconducibili alla libertà di ciascuno, oltre un fondamento convenzionale, economico, giuridico o religioso delle istituzioni e dei costumi. Il primato della coscienza nella dimensione sociale. La gamma e mappa dei diritti inalienabili proviene esattamente da qui. Dalle convenzioni di una civiltà fondata sulla ragione condivisa del “giusto” entro i confini pubblici dello Stato e della socialità. Letto così, il legame tra maturità e modernità prefigura una piena assunzione di responsabilità da parte della persona e il superamento di una vita associata condizionata da regole maturate altrove, in cielo, in chiesa, in un potere monocratico. Mi piace pensare che vi fosse questo retropensiero in quella dignitosa rivendicazione di Romano Prodi quando egli si definì con piglio “un cattolico adulto”. Perché in quella formula, semplice ma sincera, il nesso tra età adulta e maturità tornava come chiave d’accesso all’autonomia di una classe dirigente. E ovviamente di un ceto politico.

Autonomia, laicità, verità, umanità e universalità: sono i cinque termini usati da Todorov per ridurre a sintesi l’Illuminismo. Possiamo privarci anche solo di uno di essi? Ecco perché è un problema nostro rovesciare lo schema e capire che una socialità diversa e un distinto senso della comunità ci impongono di forgiare una crescita orientata al futuro, capace di chiedere alle persone di migliorare la loro esistenza e realizzare le loro capacità. Nel lavoro, nelle scelte di vita, nel civismo, nella responsabilità verso gli altri, nella dignità di ciascuno come premessa della dignità di tutti. Parecchi anni fa Enrico Berlinguer propose un cambiamento del ciclo di sviluppo, ma sbagliò il nome. Non va bene la parola austerità, il messaggio non può essere una riduzione dei consumi, per stare peggio. Non accetterebbe nessuno. Il punto è convincere i più di una “nostra” leva poderosa per un benessere maggiore: l’investimento senza precedenti in beni sociali e di tutti (scintilla che i recenti referendum hanno molto più che acceso). A partire dall’autonomia e dalla responsabilità di ogni cittadino.

Forse ci troviamo esattamente qui: davanti a un bivio. Bisogna scegliere dove andare, e per fare cosa. Personalmente sono convinto che meriti andare lungo il sentiero di una riforma profonda del paese: nel senso di descrivere una ripresa economica, una riscossa civica e un risorgimento culturale. Potrà porsi il Pd alla guida del gruppo? Direi che se non lo facciamo noi non potrà farlo nessuno. Ma servirà qualcosa di più della semplice correzione dei toni. Non basterà moderare la vis polemica degli uni verso gli altri, e neppure appagherà gli animi una difesa strenua delle primarie. Meno di tutto credo, ci aiuterà lo spirito volitivo del voler fondere o amalgamare culture contrapposte senza scegliere. Avremo bisogno di coraggio, radici e radicalità, mitezza. Una miscela strana, lo so. Ma spesso è con le cose strane che si vince. E avremo bisogno di persone pensanti, che ragionano e sanno ascoltare. Come questi due miei amici che hanno fatto di un blog un ricchissimo libro. O di un libro (in potenza) uno splendido blog. Ma insomma, ci siamo capiti, alla fine è la stessa cosa.

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 24/6/2011 alle 9:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (127) | Versione per la stampa


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ANALISI DEL VOTO.

Pubblicato il 9 giugno 2011Non assegnata

Come si faceva una volta, posto un'analisi del voto (personale, s'intende). E' suddivisa in dieci punti, l'ultimo sul referendum.

1. La svolta c'è stata. Lo ha scritto benissimo un commentatore attento come Stefano Folli: "in 15 giorni il volto dell'Italia è cambiato". E non soltanto per il risultato in sé (Milano Napoli Trieste Cagliari e decine di altre città). La svolta c'è stata soprattutto nel sentimento di fondo del paese. Perché è vero che hanno perso la Moratti, Lettieri e gli altri candidati del centrodestra, ma il vero sconfitto è stato Berlusconi. Lui aveva chiesto un referendum sulla sua persona e sul suo governo. Quel referendum c'è stato e ha travolto la destra anche in alcune delle sue postazioni storiche.

2. Da questo punto di vista Milano è davvero uno spartiacque. Quella è la città simbolo di un sistema di potere che si era consolidato nell'arco di vent'anni. Parliamo di una realtà che è crocevia dei grandi interessi economico e finanziari che da lì si proiettano sul paese e sull'Europa. E parliamo della città dove la parabola, prima imprenditoriale e poi politica, del capo del governo ha vissuto, nel bene e nel male tutti i suoi passaggi più significativi. Quindi sconfiggere Berlusconi in casa sua, anche per le modalità con le quali è accaduto, è la conferma di un declino dell’uomo e del leader che potrebbe rivelarsi definitivo. Su questo penso abbia ragione chi ha individuato una chiave della sconfitta di Berlusconi nella sua “dismisura”. Nel senso che lui non ha solo abusato del ruolo che detiene tuttora (e che è un concentrato enorme di potere in una sola persona). Ma ha abusato del paese: della sua capacità di sopportazione, della sua dignità. A me pare un aspetto rilevante perché in questo c’è, allo stesso tempo, la forza e la fragilità degli italiani. Il loro affidarsi periodicamente a un “Salvatore”, un “Liberatore”, creando intorno a quella figura un cordone di impunità, di perdonismo….salvo poi, a un certo punto, rompere quel legame che spesso è patologico, e trasformare in un lampo un credito all’apparenza infinito in un discredito che non perdona. Con tutti i distinguo del caso è stato cosi col fascismo, con Craxi. E secondo me questa è un po’ oggi la condizione di Berlusconi. Si è accesa una scintilla che potrebbe alimentare l’incendio.

3. Mai come questa volta il voto è stato chiaro e univoco. Certo, ogni città ha una storia a sé (e mi piacerebbe raccontarvi come è maturato l'incredibile successo di Trieste, ma sarebbe interessante anche capire bene cosa è accaduto in una città complicata come Napoli). Resta il segno omogeneo di queste elezioni. Noi vinciamo, loro perdono: nelle realtà sopra i 15mila abitanti, noi vinciamo in 85 comuni su 133 che hanno votato. Erano 76 cinque anni fa. Loro vincono in 40 comuni, contro i 55 della volta precedente. 5 comuni vanno al Terzo Polo e 2 a liste civiche. Va detto che il test, per quanto parziale, era attendibile anche per la distribuzione geografica di questi comuni: il 40% degli elettori era collocato al Nord. Il 17 al Centro e il 44 al Sud. Il dato forse più significativo è quello del Nord (anche per le nostre antiche difficoltà in quella parte del paese). Se confrontiamo i dati di queste amministrative con le regionali di un anno fa, loro avevano sei punti di vantaggio sul centrosinistra. Adesso i rapporti di forza appaiono rovesciati con noi avanti di 8 punti. Sempre nel Nord, se consideriamo solo i 23 comuni capoluogo, il centrosinistra ottiene circa il 50% dei voti contro il 37,4 della destra. 13 punti di scarto nell’area più dinamica del paese non sono pochi. In sintesi oggi noi siamo maggioritari al Nord e al Centro, mentre il centrodestra resta davanti nel Sud (anche se con una situazione molto diversificata da regione a regione). Aggiungo che per una volta la tendenza è stata cosi marcata che neppure i soldi hanno compensato il gap. Per esempio, a Milano, la sindaca uscente nonostante abbia investito nella campagna oltre 20 milioni di euro non è riuscita a superare il 45% dei consensi. Lo ricordo perché dal 1993 non era mai accaduto che un sindaco in carica in una grande città fosse inchiodato a una percentuale simile. Dunque siamo davanti a una costante: la destra perde nel Nord, dove ha governato, e in alcuni casi perde anche al Sud e dove era all'opposizione (e questo nonostante i gravi errori compiuti da noi e dal centrosinistra, come nel caso di Napoli).

4. Da tempo eravamo abituati a uno schema di gioco che si riassumeva più o meno così. Quando Berlusconi è in difficoltà e perde consenso, al Nord subentra la Lega che funziona come una rete di protezione dei voti in uscita dal PdL. Edmondo Berselli parlava addirittura di un bacino elettorale comune che aveva soprannominato "forzaleghismo”. Bossi ha sempre giocato questa carta pensando di aumentare così il suo potere contrattuale dentro la maggioranza. Queste elezioni hanno smentito quello schema. La Lega perde consenso anche nelle zone dove più forte è il suo radicamento, e per la prima volta viene sconfitta in alcune roccaforti come Novara e Gallarate. E questo conta perché la Lega da tempo è a tutti gli effetti una forza di governo: esprime i sindaci di centinaia di Comuni, i presidenti di 14 Province e 2 Regioni. Oltre a stare nel governo del paese. Adesso questo voto gli ha tolto ogni alibi e dimostrato quello che Bersani aveva detto più volte rivolgendosi pubblicamente a Bossi e Calderoli, e cioè "non potete stare contemporaneamente al governo e all'opposizione. Non potete coprire tutte le leggi ad personam del premier e contemporaneamente fare i moralizzatori". Insomma ragionando della Lega si può dire che "il re è nudo". E sarà interessante capire quale risposta saranno in grado di dare a un risultato per loro molto severo.

5. Insieme alla sconfitta della Lega viene sconfitto anche il mito del "Nord padano". Anche qui contano i dati: se escludiamo Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta, tutti i capoluoghi regionali del Nord sono amministrati oggi dal centrosinistra. E tu non governi un'area vasta come quella se non controlli le capitali di quel territorio. Dobbiamo sapere, però, che questa rivoluzione nel consenso è anche figlia di una profonda trasformazione economica e sociale che ha inciso sulle fondamenta sia del vecchio sistema finanziario che dell’impresa. Lo dico così: ci sono molte aree del Nord, e in parte del Centro, che sembravano finora immuni dalla crisi e che invece cominciano a soffrire le conseguenze di un calo drammatico della crescita e dell’occupazione, dei redditi familiari, dei consumi. Questa parte più debole della società (diciamo il ceto medio impoverito e maltrattato) non è più disposta a dar credito alle promesse del governo. Ma non ha ancora firmato un atto di fiducia nei nostri confronti. E noi dobbiamo avere il problema di come conquistare e mantenere il consenso di questi lavoratori (spesso precari), piccoli imprenditori, pensionati.

6. Adesso veniamo a noi. Il nostro partito esce rafforzato dal voto. Esce rafforzato Bersani che ha scelto il tono e i contenuti giusti per la campagna elettorale. Non era facile e non era scontato. Anche perché venivamo, in particolare in alcune realtà, da primarie che non avevano premiato i nostri candidati o complessivamente il Pd. Penso a Milano e a Cagliari, e naturalmente penso all'enorme pasticcio delle primarie napoletane. Ora, l'argomento usato da alcuni e cioè "non avete vinto voi perché a Milano Cagliari e Napoli i sindaci sono espressione della sinistra radicale" è un argomento, a mio parere, completamente sbagliato. E non solo perché Giuliano Pisapia o Massimo Zedda sono personalità di assoluto equilibrio e che faranno benissimo, ma perché il voto (e qui veniamo a una considerazione più politica che ci riguarda) spazza via l'idea che per vincere, al Nord come al Sud, sia necessaria una svolta moderata. La verità è che noi abbiamo vinto mobilitando l'intero popolo del centrosinistra, dalle sue componenti più moderate a quell'universo della sinistra diffusa che è decisivo per vincere la sfida del governo del paese. Una cosa voglio aggiungere (e lo faccio senza alcuna polemica). Se guardiamo al profilo dei nuovi sindaci diciamo che dentro c’è di tutto (da un leader storico della sinistra come Fassino a un giovane brillante come Zedda; da un bravissimo funzionario del Pci-Pds-Ds-Pd come Cosolini (per inciso: è il candidato che ha avuto lo scarto maggiore di consensi tra candidato e coalizione), a un amministratore sperimentato come Merola; e poi un professionista che ha sempre rivendicato la sua storia politica come Pisapia fino a un ex magistrato che è approdato alla politica poco più di un anno fa come De Magistris…). Penso che questa pluralità di biografie sia una ricchezza per il centrosinistra, ma sia anche la smentita di un modo troppo sbrigativo di affrontare il tema del rinnovamento del nostro campo e della sua classe dirigente. La realtà è che se vogliamo vincere noi abbiamo bisogno di tutti: e quindi prima la smetteremo di espellerci a vicenda meglio sarà per il bene della ditta e del paese.

7. Ancora su di noi. Penso che abbia premiato la scelta di essere, con lealtà e anche con umiltà, al servizio della coalizione. Né prima né dopo il voto, abbiamo avuto l'ansia di mettere il cappello sopra i nuovi sindaci (penso alla gaffe di Vendola lunedì sul palco di Piazza del Duomo). E questo profilo, a mio modo di vedere, ha contribuito al nostro successo. La realtà è che noi sempre di più siamo il perno dell'alternativa. Non siamo autosufficienti, come il voto dimostra. Ma senza di noi, senza la nostra forza e i nostri contenuti, il centro sinistra non ce la fa. E allora il voto ci consegna due messaggi. Il primo è la fine di ogni "sconfittismo". Tradotto, Berlusconi si può battere e noi, con altri, lo abbiamo battuto. Il secondo messaggio (che non è in contraddizione con il primo e anzi è il suo completamento) è che noi non abbiamo già vinto la sfida decisiva che sarà quella per il governo. E però ricordiamoci sempre che i problemi più grandi per il nostro partito nascono in due casi: quando perdiamo troppo oppure quando vinciamo troppo. Ecco, questa volta ci serve grande moderazione, lucidità, consapevolezza che un pezzo fondamentale della strada lo abbiamo fatto ma c'è un altro pezzo che abbiamo davanti.

8. Questa responsabilità ci viene anche da alcuni dati quantitativi che non possiamo sottovalutare. Il primo riguarda l'astensionismo. Alle ultime elezioni politiche, nel 2008, l'astensione aveva toccato il picco più alto dell'intera storia repubblicana (il 19,5%). Alle Europee del 2009 quella percentuale è salita al 33% con un incremento di sei punti rispetto alle precedenti. Alle Regionali dell'anno scorso l'astensione è stata del 36% che diventava il 40 sommando schede bianche e nulle. Tanto che il PdL, pure vincendo quelle elezioni, otteneva il voto di appena un elettore su 7. Questa volta poco meno di quattro elettori su 10 sono rimasti a casa. Percentuale che, nel caso delle Provinciali, è salita a un elettore su due. Certo, in queste elezioni hanno contato moltissimo i candidati ma noi dobbiamo sapere che le elezioni politiche vedranno un incremento significativo dei votanti rispetto al turno amministrativo. Per capirci in questa tornata ha votato per le liste di partito circa il 60% degli aventi diritto. Alle politiche del 2008 fu l’80%. Tradotto, sono circa 10 milioni di elettori in più. Questo significa che non esiste alcun automatismo tra il risultato di adesso e la competizione che dovremo affrontare tra pochi mesi o forse tra un anno o al massimo due. Pensiamo alle aspettative innescate dopo le regionali trionfali del 2005 e al sostanziale pareggio delle politiche l’anno dopo. E allora prepararsi bene e per tempo prima che una convenienza è un dovere. A partire da un aspetto decisivo: anche in quest’ultimo voto noi perdiamo qualcosa in termini assoluti nei comuni medi e piccoli (quelli dai 15 ai 50mila abitanti), mentre avanziamo nettamente nelle città sopra i 100mila abitanti. Questa è una tendenza storica per il centrosinistra, ma nel voto nazionale il peso delle realtà più piccole è altissimo (il 43% della popolazione italiana vive in comuni sotto i 15mila abitanti).

9. Che cosa significa concretamente prepararsi bene e per tempo? Direi, due cose. Prendere atto che le primarie per la scelta del candidato premier e dei parlamentari (qualunque sia la legge elettorale con la quale voteremo) è una strada obbligata oltre che vantaggiosa (perché motiva la nostra gente). Lavorare da subito a quel programma per l'Italia che non potrà essere solo un elenco dettagliato di obiettivi ma avrà bisogno di una sintesi e di una immagine chiara del paese che vogliamo e che immaginiamo. Lo dico perché la spinta civica, la passione e l'entusiasmo che hanno accompagnato la campagna di Pisapia a Milano ci dicono molto dell'equilibrio che dobbiamo costruire, anche sul piano nazionale, tra le proposte programmatiche e uno sguardo più ambizioso sui valori e i principi che sono in grado di motivare un popolo intero nella battaglia decisiva per il governo del paese e la sconfitta di questa destra pericolosa ed eversiva.

10. Per tutte queste ragioni l'appuntamento con i referendum di domenica prossima diventa un passaggio molto rilevante. Anche in questo caso, non è solo per il merito dei quesiti che pure hanno delle implicazioni serie (parliamo di beni pubblici come l'acqua e l'ambiente, e di un bene che non è meno pubblico come la difesa del principio costituzionale sull'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge). Ma il voto di domenica sarà importante anche per il segnale che ne deriverà. La questione, com'è noto, riguarda il quorum che da molti anni oramai non viene raggiunto. Se però mi permetterete una brevissima digressione, questo referendum ricorda altri passaggi della nostra vicenda politica nei quali un voto referendario si è caricato di un significato generale che andava molto aldilà del merito del quesito. Faccio due esempi. Il primo molto lontano nel tempo riguarda il divorzio e il tentativo che uno schieramento conservatore e reazionario mise in atto nel 1974 di bloccare quel processo riformatore e di modernizzazione del paese che aveva conosciuto delle tappe essenziali negli anni immediatamente precedenti (dal ‘70 in avanti si erano approvate riforme fondamentali: l'ordinamento regionale, lo Statuto dei lavoratori, il voto ai diciottenni, il nuovo diritto di famiglia, i limiti massimi della carcerazione preventiva, la parità tra uomo e donna sui posti di lavoro…. ), stava cambiando l'Italia, la nostra costituzione materiale, e il referendum fu il tentativo di bloccare quel processo. Tentativo sconfitto, e che aprì la fase di una nuova stagione anche sul piano politico. Il secondo esempio è più vicino a noi ed è il referendum sulla legge 40: materia complessa e anche difficile da comunicare ma in quel caso una sconfitta severa che ha dato slancio alle ambizioni della destra più retriva sul terreno dei diritti, dell'autonomia e della libertà della persona. Sono temi diversi ma servono per dire che il voto di domenica può davvero rappresentare un colpo forse definitivo sulla leadership del centrodestra e soprattutto può determinare l'avvio di una fase nuova nella vicenda del paese. Questo vuol dire impiegare i pochi giorni che restano per convincere il maggior numero possibile di persone della necessità di andare a votare con motivazioni forti sul merito dei quattro referendum e con un argomento altrettanto forte sull'impatto politico del possibile quorum. Infine per quanto ci riguarda, dobbiamo essere sereni e anche un pochino orgogliosi del lavoro che stiamo facendo. C’è un partito forte, unito e capace di guardare con fiducia ai mesi che abbiamo davanti. Diciamo che non c’è tempo per riposare. Adesso avremo la stagione delle feste e l’avvio della discussione sulla conferenza sul partito. Ma questo Pd c’è. E’ vivo. Non abbiamo risolto tutti i nostri problemi e limiti. Ma neppure siamo più un’ipotesi o una incognita. Siamo una grande realtà dell’Italia che vuole liberarsi di Berlusconi e della sua cultura. Riuscirci adesso dipende da noi. Ma in fondo siamo nati per questo e per questo verremo giudicati.

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 9/6/2011 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (85) | Versione per la stampa


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150°.

Pubblicato il 16 aprile 2011Non assegnata

Oggi al teatro Eliseo di Roma abbiamo tenuto un evento sul 150° dell'unità italiana. E' stata una giornata lunga ma nel complesso piena di spunti. Hanno Parlato Nicola Zingaretti, Aldo Cazzullo, Franco Cassano, Gianni Toniolo, Carmen Leccardi, Francesca Coin, Gad Lerner, Stefano Zamagni, Magda Culotta, Ouejdane Mejri, Agostino Giovagnoli, Lucio Caracciolo, Pierre Carniti. Sono intervenuti David Riondino e Gianmaria Testa. Ha concluso Bersani e ha condotto il tutto, benissimo, Alessandra Longo. Anch'io ho fatto un intervento che allego qui sotto. Buone cose.

"Grazie a tutti voi per essere venuti. E grazie ad Alessandra Longo che ci aiuterà a condurre questa giornata. Dovendo spiegare perché siamo qui, direi che la ragione è la stessa che ci ha portato a organizzare decine di iniziative su un anniversario che l’Italia celebra in un clima particolare. Segnato da una partecipazione di popolo che ha sorpreso molti. E insieme dall’imbarazzo con cui una parte della maggioranza ha vissuto anche i momenti più solenni.

Viene da dire, peccato! Peccato per tante ragioni, ma una su tutte: perché un paese è più forte se – al di là delle divisioni – sa riconoscere una trama condivisa del suo passato. Per fortuna una risposta autorevole in questo senso è venuta dal Presidente Napolitano. Lo ha fatto nell’Aula della Camera, il 17 marzo, con un discorso di rilievo storico. E lo ha fatto in tutti questi mesi, percorrendo l’Italia e caricandosi sulle spalle l’orgoglio di un paese ferito persino nella dignità, ma che nella sua maggioranza è consapevole dei problemi aperti e sta maturando la necessità di una stagione nuova.

Ecco, di questo vorremmo ragionare oggi. Di come la grande avventura che è stata l’unificazione dell’Italia può proiettarsi in avanti. In fondo la domanda, almeno per noi che siamo il principale partito del centrosinistra, è semplice: ed è in quale misura quella storia è oggi una guida per costruire il dopo.

A scuola leggevamo quella frase che Manzoni mette in bocca a don Ferrante: “Cos'è mai la storia senza la politica? Una guida che cammina e cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi”. Mentre “la politica senza la storia è uno che cammina senza guida”.

Diciamo che mai come adesso a noi servono entrambe le cose: la storia e la politica. La prima con i suoi ammonimenti. L’altra, con la forza delle idee e del coraggio. Per cui conviene partire da qui: da quello che c’è stato prima di noi, da dove siamo giunti e dalla speranza di una svolta. Lo faremo con l’aiuto di personalità diverse: per formazione, cultura, sensibilità. Io le voglio ringraziare tutte perché ascolteremo da loro cose preziose, ma è dovere di un grande partito dire cosa significa per noi investire sull'unità del paese. Non serve ripetere qui quali sono i rischi di una decadenza complessiva.

L'intera vicenda repubblicana non è stata semplice o lineare. Ha conosciuto momenti di tensione e persino di tragedia. Ma oggi facciamo i conti con qualcosa di diverso. Perché l'attacco alle istituzioni, allo stesso costume civile, fino alla minaccia irresponsabile di condurre l’Italia fuori dall’Europa vengono dall’interno del governo. Più precisamente, dal suo vertice. “Sovversivismo delle classi dirigenti” lo definiva Gramsci. Non serve scavare. Sono cose note e gravi.

Il compito nostro – e viene anche da qui la tessitura delle alleanze – è bloccare questa deriva prima che possa spiantare le radici stesse del patto repubblicano. In questo senso colpisce che negli ultimi mesi gli scaffali delle librerie si siano riempiti di titoli sull'evento fondativo dell’Italia unita. Ma insieme, purtroppo, alle cronache aggiornate sugli scandali della destra al governo. Come se fossimo stretti tra il Risorgimento di ieri e il Regime di oggi.

Anche per questo noi sentiamo il dovere di sollevare la questione vera: che è quale Italia lasceremo a chi è ancora chino sui libri. Mettiamola così: al di là dei guasti causati dal governo che c’è e dal suo proprietario, a noi – al centrosinistra – tocca scavare le fondamenta sulle quali dovrà poggiare un cambiamento profondo. Sarà un'opera complessa di ricostruzione intellettuale, politica e morale. Bisognerà riscrivere le regole del convivere. Dare nomi nuovi a una gamma di libertà e responsabilità che, solo se assunte nel loro insieme, garantiscono una società aperta, una dottrina e opportunità per i singoli.

Ma soprattutto bisognerà riportare la fiducia in una comunità divisa. Dove cresce il rifiuto verso ogni rappresentanza, anticamera questa di un distacco possibile dalla democrazia. Non ci rappresenta nessuno gridavano gli studenti nell'autunno scorso. Da quell'ammonimento, con umiltà, bisogna ripartire. Soprattutto se è vero – e noi pensiamo sia vero – che una nazione la tieni unita quando sei in grado di vederla e capirla – di rappresentarla appunto – nella sua ricchezza e complessità.

Per farlo nel modo giusto dobbiamo guardare il paese negli occhi. E riconoscere che – tolte alcune eccellenze come è stato per il risanamento o per la moneta – ogni tentativo di dare alla Seconda Repubblica un assetto stabile e condiviso, è fallito. Da ultimo, anche l'ambizione di ripensare lo Stato lungo la matrice del federalismo ha lasciato il campo a ricatti territoriali e simboli regressivi. La verità, quindi, è che affrontiamo una crisi difficilissima senza un governo e una classe dirigente degni. Al punto che persino ciò che la storia ci consegna sotto forma di aneddoto, la cronaca ci restituisce come farsa.

Massimo D’Azeglio, alla vigilia dei moti del ’48, spiegò che lo scopo era “scuotere gli italiani e chiamare la loro attenzione sopra affari un po’ più importanti che non fossero le scritture di ballerine e cantanti”. Non poteva immaginare che un secolo e mezzo più tardi della questione si sarebbe occupato direttamente il capo del governo!

Se siamo arrivati qui, però, è anche perché l'ultimo ventennio non ha risolto ma aggravato i nostri ritardi di fondo: in parte gli stessi che avevano spinto alla fine del primo ciclo repubblicano. Dalla crisi del patto fiscale alle due Italie, a territori sfruttati e abbandonati nel momento del bisogno come da ultimo è accaduto a l’Aquila. E tutto questo sino alla responsabilità maggiore, che è l’espulsione delle ultime due o tre generazioni da una gara regolare tra i meriti di ciascuno e i principi del mercato e della società. Sullo sfondo ci sono le cifre del lavoro femminile, di una povertà che lambisce settori ampi del ceto medio. Mentre le mafie scalano la penisola insediandosi nel cuore padano. E l'etica del lavoro viene appaltata all'efficienza, troppo spesso in cambio dell’orgoglio di chi lavora.

Sono i nostri temi. Quelli di un conflitto sociale che non è scomparso, tutt’altro, ma è cambiato. In buona misura, è divenuto un conflitto “orizzontale”, dei poveri contro i più poveri. In società che si sono fatte mano a mano più lunghe, dove la distanza tra i “primi” e gli “ultimi” o i “penultimi” è tale da rendere difficile parlare di diseguaglianza trattandosi di vite destinate a non incrociarsi mai. Con un vertice ristretto di grandi privilegi e una base sempre più larga, e giovane, di vite precarie. Come spezzate sul nascere.

Anche in questo la cultura della destra ha prodotto un danno profondo: perché dopo decenni ha modificato il giudizio morale sulla diseguaglianza. Non l’ha più considerata un disvalore. Al contrario, ne ha fatto lo strumento di governo per società via via più ingiuste, più insicure e in fondo meno paghe. Nel caso nostro, poi, quella cultura si è sposata con una privatizzazione dello Stato – faccio le leggi che mi servono in nome del popolo che mi ha scelto: una aberrazione dell’idea di democrazia – e il tutto accompagnato da un’ideologia del sangue e del suolo che ha mirato alla disunità dello Stato. E che si spinge ora, senza più freni inibitori, a minacciare gli spari sui migranti.

“Ci sono popoli – diceva Croce – che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”. Se ci voltiamo per un attimo, e alle cose accennate aggiungiamo l’opportunismo della classe dirigente più interna alle logiche di potere, una questione morale difficile anche solo da commentare e gli sbreghi ripetuti sulla giustizia – l’ultimo pochi giorni fa – quel monito di Croce oggi vale per noi e per un paese offeso. Come vale per noi – ora che la stagione della destra mostra il suo vero volto – la discussione che si fece sulle responsabilità delle classi dirigenti prima e durante il fascismo.

Perché, certo, le colpe ricaddero su quel regime odioso, ma in molti – nella cultura, nell’economia, nelle classi dirigenti diffuse – permisero al fascismo di dominare la nazione con un sistema di potere spinto verso l’arbitrio di uno solo. Li si consumò l’abdicazione mentale e morale di un paese intero, a cui in pochi, almeno all’inizio, ebbero il coraggio di opporsi. C’è qualcosa in quella vicenda che riguarda il presente. Ma tanto più se le cose stanno cosi, la sola reazione possibile è battersi per un'Italia radicalmente diversa! E in verità un'Italia diversa si sta battendo. Con passione.

Ho citato gli studenti, ma pensiamo alle piazze delle donne il 13 febbraio. Agli operai o ai precari, scesi nelle strade sabato scorso per un salario ma soprattutto per una dignità. Sta crescendo – questo mi pare il punto – una diversa consapevolezza anche da parte di singole personalità. Qualcosa che sta anche a noi trasformare in una concreta alternativa politica e culturale. E allora per quanto ci riguarda la celebrazione è tutta racchiusa dentro questa cornice. Guardare alla storia dell'Italia con lo spirito di chi non si sottrae a un compito preciso, che è rifondare il Paese dopo una stagione di vuoto. Un vuoto di pensiero, di riforme, di virtù civiche.

In fondo, se la condizione dell'Italia è questa, forse siamo davanti a ostacoli non diversi da quelli che le culture politiche e le grandi forze sociali affrontarono nell'immediato dopoguerra. Allora l’Italia usciva da una lunga dittatura. Per cui è giusto distinguere. Ma dopo il fascismo fu un obbligo per quelle forze far fronte a interrogativi in parte simili ai nostri: quale assetto dare al nuovo Stato? E quale modello di economia privilegiare? Quale forma di democrazia poteva rappresentarci meglio? E quale idea di uguaglianza era destinata ad affermarsi? Certo, a noi è risparmiata la scelta tra Repubblica e Monarchia. E neppure siamo chiamati a una mediazione con la Chiesa, se non nella forma di una riaffermazione della laicità dello Stato e dell’autonomia della politica.

Questo però non ci alleggerisce dalla vera responsabilità: che è costruire l'Italia nuova dentro il mondo che si va imponendo. Ma l’Italia nuova appunto. E allora non basta un partito della sola crescita, o del lavoro o del welfare. Servono tutte queste cose assieme ma la premessa è radicare un grande partito della Democrazia capace di tenere unito il paese. Ora e per gli anni a venire.

Perché questo è il tema. Poi, certo che esiste una questione meridionale mai risolta, e certo che questa destra a trazione nordista ha piegato in modo strumentale la nuova questione settentrionale, ma il nodo vero è capire che siamo tutti alle prese con una sola enorme questione nazionale. La stessa per cui oggi il Sud non è un dazio ma l’opportunità unica per rendere più solida la crescita del Nord. E la stessa di un Nord dinamico che prova a competere in quell’Europa segnata dal leghismo dei governi della destra, ma un’Europa che va ripensata e rilanciata perché rimane il luogo strategico del nostro avvenire.

Questa è la prova. Essere un partito che forse non riuscirà a rappresentare tutti, senza distinzioni, ma che deve – questo sì – riconoscere e formare un suo popolo dando voce a interessi, bisogni, valori. Per parte nostra sappiamo che la destra non possiede l'arma per domare la bestia che ha liberato. Oggi loro sono il problema dell'unità dell’Italia. Non la soluzione.

Per questo tocca a noi – anche a noi – chiudere una transizione infinita. E del resto questa stessa celebrazione ha fatto intravedere un sentimento di riscossa. Dall’orazione laica di Benigni a Sanremo alle parole del capo dello Stato c'è un'Italia che vive il suo patriottismo senza retorica. E già questo è un risultato. Perché nel nostro passato abbiamo conosciuto un patriottismo nazionale, tipico dello spirito risorgimentale. Più tardi è stato il tempo di un patriottismo nazionalista che ha generato conseguenze tragiche. Poi, dopo il fascismo, è vissuto un patriottismo di partito. Ma oggi, forse per la prima volta, si può esprimere un vero patriottismo costituzionale. E questa può essere la leva del nostro Risorgimento. Di una nostra stagione costituente.

Su questo piano la destra si è assunta una colpa enorme: perché ha contrastato una possibile coscienza civile degli italiani. Ha scelto di governare il presente usando i pregiudizi e le fratture del passato. Ma così ha tradito la memoria e negato una prospettiva. Diciamo pure che si sono mossi lungo quel filo che vede l’intera nostra storia divisa come da una faglia. Una linea di frattura.

Da un lato ci sono le battaglie per la democrazia e le libertà – come fu prima ancora dell’Unità nell’esperienza della Repubblica romana – e come tornò a essere, seppure in mezzo a mille ostacoli, coi primi parlamenti liberali, e poi con i Padri costituenti. In quel pantheon ci sono i ragazzi che fecero l’Italia. Ci sono la sapienza politica di Cavour e quella militare di Garibaldi. Ma anche la sobrietà del neo-ministro della Pubblica Istruzione, Francesco De Sanctis, che giunto a Torino per la prima seduta da deputato scrive a casa spiegando che “nulla abbiamo trovato apparecchiato per gli alloggi. E la prima notte siamo stati in sette in una stanza”.

Poi c’è l’altra faccia della storia, il tentativo di domare l’Italia e gli italiani con la violenza o l’arroganza del Potere. Ci sono Crispi, Mussolini. La destra peggiore. Molto di ciò che succede oggi ci parla, in fondo, anche di questa lunga vicenda. Se non fosse giusto avere sempre grande pudore per la retorica, dovremmo dire che la prova più difficile è nel restituire al Paese il suo “onore”. Onore è una parola antica che non si usa quasi più. Eppure, nella storia degli italiani è una parola importante.

Leopardi descriveva l’assenza, nel nostro caso, di una società fondata sull’onore. Quella società – aggiungeva – dove “ciascuno fa conto degli uomini e desidera farsene stimare”. Cioè l’onore per lui era “la stima che gli individui fanno dell’opinione degli altri verso di loro”. Oggi, diremmo noi, la dignità di tutti come condizione per la dignità di sé. Sono solo due frasi, e però c’è quasi tutto. Perché in questa logica le regole non sono mai una vessazione del Potere sul cittadino. Ma diventano il segno della maturità, perché nel rispetto di regole e principi condivisi si afferma lo spirito di una comunità libera. Insomma solo nelle regole si è veramente affrancati. Come è solo nella riduzione delle disuguaglianze che può crescere un benessere diffuso.

Lo aveva capito il professor Padoa Schioppa parlando, qualche mese prima di lasciarci, delle tasse. Erano una cosa bella, diceva, nel senso di giusta, perché servivano a tenere aperte le scuole pubbliche, gli ospedali, ma anche i teatri e i musei. Eresie per lo spirito del tempo. Verità per chi sappia aprire gli occhi. E allora, per tante ragioni, non ci è dato di vivere nell’ordinaria amministrazione. Siamo immersi in un clima pesante che vede al centro, di nuovo, i temi della libertà della Persona, del riconoscimento dei diritti da assumere sempre nella loro unitarietà e universalità: diritti umani, civili, sociali come condizione di una crescita solida.

Che poi non è una cosa diversa da ciò che stanno rivendicando milioni di giovani sulla costa Sud del Mediterraneo, in una lotta per il pane e la libertà, contro regimi autoritari fino a ieri inamovibili. Insomma davvero molto sta cambiando fuori da qui. In Italia e soprattutto in un mondo che tutto è meno che pacificato. Perché in tanti luoghi si combatte e si soffre, come ieri a Gaza. O si riscopre la fragilità della dimensione umana, come accade con la nuova Chernobyl giapponese. La politica deve farsi carico di tutto questo.

E dobbiamo farcene carico noi. Con un partito che continui a cercare. A tenere aperte le porte, al Centro come alla Sinistra e alle nuove culture. Alle menti libere. E allora non possiamo soltanto sperare che loro – la destra – inciampino. Noi dobbiamo sconfiggerli. E lo dobbiamo fare con il pensiero e l'azione. Per riuscirci bisogna essere radicali nel giudizio su una crisi dell’economia e della democrazia superando, anche sul piano culturale, alcune nostre subalternità. Dobbiamo capire che l’individualismo, talvolta esasperato, degli ultimi decenni ha formato però nuove coscienze e modi di pensare. Altri bisogni.

E’ davvero cambiato il mondo, è cambiata l’economia, e noi non possiamo restare prigionieri del mondo di prima. Ma dobbiamo collocare in questa nuova realtà le radici vitali dell’eguaglianza e delle libertà. Con radicalità, appunto. Ma quella stessa radicalità ci chiede di riscoprire una moderazione nel linguaggio. Radicali nei contenuti, nelle riforme. Moderati nel linguaggio: pare una contraddizione. Eppure anche in questo rovesciamento, negli anni recenti, si è consumato uno strappo.

Anni fa Aldo Moro parlava dell’Italia come di un paese dalle “passioni forti e dalle strutture fragili”. Forse quella consapevolezza ha condizionato il dizionario della Prima Repubblica. Al Centro, come a sinistra, e persino a destra i leader di quella stagione sapevano di rappresentare un paese percorso da contrapposizioni frontali e profonde. Anche per questo quelle leadership usavano uno stile conseguente: perché la loro funzione non era aizzare gli animi ma incardinare milioni di persone in un conflitto democratico.

Oggi spesso avviene l’opposto. Con leader di partito che scavalcano i loro elettori in un incendio di parole dove la libertà incosciente delle espressioni (dai fucili padani agli immigrati da ricacciare nel fondo del mare) sono il rumore che accompagna un vuoto spaventoso di cultura e di coscienza di sé. Non è però un piccolo problema. Trent’anni fa, lo aveva compreso Norberto Bobbio che non a caso scrisse un elogio della mitezza. La riteneva una virtù sociale necessaria perché la democrazia fosse inclusiva. E d’altra parte fuori da una democrazia inclusiva ci sono solo l’insolenza e la solitudine del potere. Ci sono passioni scomposte.

E allora la sfida vera per la politica è recuperare la propria autorità morale, soprattutto adesso quando le istituzioni sono chiamate a ripensare la democrazia e la cittadinanza in una dimensione locale, statale, europea e persino globale. Ma appunto per questo è giusto ricordare sempre che una democrazia non è più solida se rimuove i conflitti. Casomai è vero l’opposto: è il mondo a spiegarci che l’odio altro non è che una violenza senza conflitto. Perché solo un conflitto regolato tra idee e interessi diversi è in grado di alimentare una democrazia matura e partecipata.

Ecco, tutto questo oggi vale per noi. Nel senso che non è il tempo di abbassare la soglia delle ambizioni. E’ tempo di osare. Nel 1946 Ernesto Rossi pubblicò un saggio che aveva scritto durante la detenzione a Regina Coeli. Era un commento alla costruzione dello Stato sociale. Il titolo bellissimo di quel libro era "Abolire la miseria". Cioè un uomo chiuso in una cella mentre fuori si consumava la guerra occupava le giornate pensando a come si potevano cambiare la società, l'economia e l’avvenire di milioni di persone.

Forse ci tocca qualcosa di simile. Tornare a immaginare un mondo e un paese diversi, perché sarà anche questa una leva decisiva per vincere. Dipende da noi alzare gli occhi, pensare che la politica non può mai essere un viaggio fantastico nell’ignoto, ma neppure può ridursi alla misura dell'esistente. Dipende da noi – come si dice – gettare il cuore al di là dell’ostacolo, come faremo in un turno elettorale importante tra un mese esatto. Tutto qui. Ma non è poco.

Ricostruendo l’epopea di un gruppo di uomini provati dal terrore staliniano e riparati a Parigi, Jean Michel Guenassia li racconta come degli incorreggibili ottimisti che nonostante tutto speravano ancora di cambiare il mondo. Perché – lui lo scrive cosi – quello che contava per loro nella Terra promessa non era la terra. Era la promessa“.

Più o meno penso che valga anche per questo paese: l’Italia non resterà unita solo in nome della Terra (che nel caso nostro è un programma di governo). Sarà unita se dietro quella Terra vivrà la Promessa (che sono le grandi speranze nelle quali si riconosce e si identifica una comunità, un popolo, una nazione).

Un'altra Italia è il traguardo di una generazione che, giunti a questo punto della vita, non può accontentarsi di alleviare le sofferenze di un paese malato. Ma deve avere il coraggio e la passione per guarire la malattia. In fondo, siamo nati per questo. E per questo verremo giudicati."



permalink | inviato da giannicuperlo il 16/4/2011 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (164) | Versione per la stampa


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PROCESSO BREVE

Pubblicato il 7 aprile 2011Non assegnata

Siamo impegnati nell'ostruzionismo sul cosiddetto processo breve. Funziona così: chi parla per primo illustra l'emendamento per cinque minuti. A seguire ci si iscrive a parlare (in un numero rilevante) e si prende la parola a titolo personale per un minuto. Ora, in un minuto non si può dire quasi nulla. Io ieri sera l'ho fatto trovando una presidenza comprensiva e sono riuscito a completare il senso. Stamane invece il discorso (breve) si è spento a metà causa mancata alimentazione del microfono. Comunque avrei detto questo (le prime due o tre frasi le ho dette davvero, le altre consideratele un omaggio alla completezza).

"Grazie Presidente.

Colleghi, per decenni in quest’Aula si sono seduti – di qua e di là dell’emiciclo – giuristi di fama, persone di legge e di dottrina che la lotta politica contrapponeva in modo anche aspro, ma che mai avrebbero stravolto l’ordinamento costituzionale per sfuggire ad una sentenza.

In questo senso davvero Voi realizzate oggi con questo provvedimento una metamorfosi del luogo. Se posso utilizzare una figura antica, state ritoccando il simbolo stesso della giustizia. La bilancia e la spada.

Da secoli la bilancia, insieme al corpo umano, è il simbolo della simmetria. E difatti indica l’equilibrio, l’equità senza la quale semplicemente non c’è giustizia. Poi c’è la spada, che rimanda alla forza che la giustizia deve avere per fare rispettare il proprio giudizio.

Voi non solo state alterando i pesi della bilancia, a tutto vantaggio di una persona. E non solo state sostituendo la spada con lo scettro del re. Ma fate anche un’ultima cosa, che tra tutte non è la meno grave.

Per molto tempo quella giustizia divina è stata bendata. Perché non vedendo l’oggetto del suo giudizio, doveva essere ed apparire imparziale. Un poeta criticò quella benda, scorgendovi il simbolo della cecità delle corti e di una arbitrarietà delle sentenze. Ma ciò era detto dal punto di vista della povera gente e non del potente.

Voi state andando più per le spicce.

Non è solo che avete tolto la benda. Ma l’avete sostituita con uno di quei paraocchi che si applicano ai cavalli. Servono a far galoppare l’animale in una sola direzione.

A questo siamo.

A una giustizia equina. E a un Parlamento che la dovrebbe ratificare.

Due sciagure in un colpo solo. Prima o dopo forse lo capirete anche voi.

Signor Ministro, Lei è un uomo giovane e brillante e oggi occupa un posto nel governo di alta - direi, altissima - responsabilità.

Vorrei dirle con rispetto: scenda dal cavallo. Non faccia il fantino e indossi, invece, se li possiede i panni dello statista.

Se dovesse accadere noi la applaudiremo.

Almeno ci pensi, per la sua dignità e per quella del suo paese.

Grazie".



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SULLA PACE E SULLA GUERRA.

Pubblicato il 1 aprile 2011Non assegnata

Non so bene il perché ma mi fa piacere mettere qui sotto un articolo che ho mandato a l'Unità. Il blog è silente da tre mesi e più. Magari lo sarà di nuovo. Buone cose.

La Libia ha molte implicazioni anche per la riflessione su di noi ma il punto non è nel rispetto scontato verso le diverse sensibilità. I nodi veri mi paiono altri due. Il primo risponde alla domanda, “se fossimo al governo avremmo una maggioranza a sostegno di una politica estera rispettosa del diritto internazionale?”. Certo, non avremmo imitato la condotta disastrosa del governo in carica. Ci saremmo fatti carico per tempo dell’emergenza umanitaria, cosa possibile se si ripensa ai profughi dal Kosovo e soprattutto non saremmo precipitati ai margini dell’Europa e della diplomazia internazionale. Insomma nulla sarebbe com’è. Ma se tra una parte dell’opinione pubblica quell’interrogativo rimane vuol dire che dobbiamo lavorare ancora sull’autorevolezza dell’alternativa. Il secondo problema, invece, è meno agganciato alla cronaca e lo riassumo così. Anche in quest’ultima vicenda si contrappongono due impostazioni. Da un lato la scelta di chi motiva l’intervento militare come ratio estrema contro i massacri di civili inermi, tanto più se come in questo caso sono donne e uomini in lotta per il pane e la libertà. Dall’altro il convincimento di quanti non rinunciano comunque alla ricerca di una soluzione terza tra i crimini del tiranno e l’uso delle armi per fermarlo. Se consideriamo queste due polarità ritengo doveroso per noi privilegiare la prima, ma entrambe rischiano di seppellire la radice del problema. Lo dico perché l’argomento più volte sollevato, “è in atto un’emergenza umanitaria e per evitare la catastrofe bisogna usare la forza”, esprime una chiara responsabilità ma sconta una rimozione. E non solo sul piano della “coerenza”, come suggerisce la tesi della doppia morale: perché in Libia sì e in Ruanda No? Questo è un punto vero e riguarda i limiti gravi del compromesso che la politica incontra nel combinare gli interessi dei più forti con i valori umanitari che sulla carta dovrebbero prevalere. Purtroppo questo non sempre accade come dimostra il comportamento delle Grandi Potenze, troppe volte distratte dai bisogni dei più disperati ma mai disattente sugli interessi propri. La conseguenza è che la difesa dei diritti umani non è in grado di manifestarsi con l’intransigenza necessaria a dare autorevolezza alle ragioni degli interventisti in contesti specifici, come oggi in Libia o ieri nei Balcani. E proprio qui si misura la rimozione. Nel fatto che esiste un’utopia, non pacifista ma politica, per molti versi accantonata ed è questa scelta ad aver ridotto la credibilità del nostro stesso realismo umanitario e militare. Insomma, il divorzio tra gli interessi strategici (il mondo com’è) e l’universalità dei diritti (il mondo come dovrebbe essere) diventa un limite anche su questo lato del campo ed è giusto discuterne se non altro per capire cosa è divenuta la guerra nel nostro tempo. Penso a conflitti esplosi sull’onda dell’emergenza ma senza la chiarezza necessaria sulla natura reale degli sbocchi. E però è del tutto evidente che impedire dei massacri o abbattere delle dittature anche per definire nuovi assetti geo-politici non è la stessa cosa. E ancora: quali sono gli effetti visibili di questi conflitti? E quali i danni collaterali? Per inciso, sul dizionario dei sinonimi, il termine collaterale è rimpiazzabile con secondario, ma siccome parliamo di vite umane questo sovrapporsi di significato dice già molto sulle priorità nei conflitti contemporanei. Secondo le stime il 90% delle vittime nelle guerre attuali sono civili, tra loro molte donne e bambini. Cioè viviamo un’epoca tecnologica dove la guerra, anche per le sue modalità, tutela molto i professionisti e meno le popolazioni. Aggiungo una nota: negli Stati Uniti da tempo la maggioranza dei volontari è composta da neri o ispanici: dunque, come in altre epoche, la selezione avviene sulla base del censo. Ma c’è un altro aspetto: per raggiungere le quote dell’arruolamento, negli ultimi dieci anni – quelli delle guerre in Afghanistan e Iraq – le forze armate di quel paese hanno avviato il reclutamento di immigrati muniti di un certificato di residenza temporaneo offrendo in cambio qualche scorciatoia per la cittadinanza. Si può dire che la tendenza in atto, almeno lì, è verso una nuova “legione straniera”. Nonostante ciò nel 2007 in Iraq i militari delle compagnie private erano un numero superiore alle truppe regolari. Tra i primi, oltre 1200 sono rimasti uccisi con la sola differenza rispetto ai soldati “ufficiali” che le loro salme non sono tornate a casa dentro bare avvolte dalla bandiera e soprattutto non sono rientrate nel calcolo dei caduti delle forze armate americane. Si può parlare, su queste basi, di una privatizzazione della guerra, almeno sotto il profilo della sua gestione? Forse No, ma certo, il quadro fa riflettere, in primo luogo per quella relazione tra costi e benefici che storicamente è la chiave conclusiva nello spingere le nazioni all’impegno militare. Ma a riflettere dovrebbe essere soprattutto la cultura democratica scissa com’è tra l’interventismo umanitario e le coerenze, non sempre di granito, che lo sostengono fuori dalla pura emergenza. Per chiarezza, non nego che la nostra giustificazione all’uso della forza nella difesa di intere popolazioni sia razionale mentre vedo sul punto tutta l’indeterminatezza delle recenti posizioni di Sinistra e Libertà. Ma l’essere quella posizione razionale, nel senso di necessaria, non è di per sé sufficiente ad accreditarne la moralità. Insomma ci sono cose giuste che si devono dire e fare. Ma, parlando di guerra, non sempre quel che è giusto in un determinato istante può assolvere la politica da un quadro di responsabilità che travalicano la successione degli istanti e investono le sue strategie. Se le cose stanno così la domanda è su quale perno fissare la nostra concezione della pace e dell’uso della forza. Questo è il tema. Ed è uno dei nodi che abbiamo emarginato forse perché poco realistico nel pragmatismo imperante delle culture di governo. Con l’effetto di un distacco tra i linguaggi di movimenti di opinione, non solo il pacifismo, ma altri percorsi di condotta e coscienza, e i codici della politica. Il risultato è stato, su questi temi, un impianto di analisi fuori sintonia col pensiero di moltissime persone a quel punto orfane di una visione politica del problema. Non si è trattato di una frattura banale. Al suo tempo Keynes diceva, “Proporre un'azione sociale per il bene pubblico al Comune di Londra e come discutere con un vescovo, sessant'anni fa, dell'Origine della specie”. La battuta è carina nel descrivere la distanza tra due modi di pensare destinati a non incrociarsi mai, neppure per errore. Ma, se ci pensiamo, non è cosa molto diversa seguire un confronto tra un nostro esponente di parte e Gino Strada. A contrapporsi in quel caso sono codici e persino modi di concatenare i concetti incapaci di trovare un terreno di scambio. Con l’aggiunta che da un lato c’è il rigore della politica e dall’altro il valore di chi si rimbocca le maniche e cuce gli arti di uomini e donne rubricati come “danni collaterali”. Se però ci fermiamo a questa dialettica non riusciremo a spostare una quota di credibilità “etica” sulla politica. A noi, che non siamo Bush, serve ricongiungere le analisi (la razionalità dell’interventismo) con le convinzioni (la costruzione della pace e la priorità dei diritti umani) e con i sentimenti (la spinta insopprimibile a un’istanza di liberazione). D’altra parte solo operando questa saldatura le culture democratiche e di sinistra possono contribuire sul piano globale ad accreditare il senso e le funzioni delle istituzioni sovranazionali. Si tratta – questo alla fine è il punto – di risvegliare l’utopia della politica: che in questo caso vuol dire tornare a pensare il mondo col più sano realismo di una forza di governo e insieme con la volontà di perseguire l’universalità dei diritti, delle libertà, della democrazia. Vasto programma, avrebbe commentato qualcuno. Ma se dopo aver peccato di scarsa ambizione, ricominciassimo a peccare di presunzione non è detto che dovremmo pentircene.



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LAICITA'.

Pubblicato il 20 dicembre 2010Non assegnata

Pubblico assai volentieri la lectio del professor Stefano Rodotà che abbiamo proposto in un opuscolo del Centro Studi del Pd. Buone cose.

Stefano Rodotà
Laicità e governo sulla vita
Lezione tenuta il 10 marzo 2010 nell’Aula Magna dell’Università di Torino in occasione della consegna del premio Adriano Vitelli “Laico dell’anno”

PREFAZIONE
a cura del Centro Studi del Pd

Non troverete in queste note le “cose da fare” ma, speriamo, qualcosa da dire e soprattutto qualcosa su cui riflettere. Diciamo pure uno strumento di studio per il PD, per i suoi dirigenti e iscritti a ogni livello. L’ambizione è seminare pensieri e annotazioni, senza un ordine rigido e con grande curiosità. Potranno essere gli atti di un convegno o brevi saggi, lezioni, position papers su argomenti particolari. Insomma sarà un interrogarsi sui mutamenti, visibili e non, di economia cultura e società. Con uno sguardo all’Europa e ai territori, alla “nazione italiana” e alla visione larga che un partito deve coltivare sempre su di sé e sul proprio tempo. Giocoforza guarderemo un po’ al di là dell’urgenza e dell’agenda, senza però scordarci mai di quel che siamo e del pluralismo fecondo che ci ha fatto nascere. Sta qui, crediamo, l’anima di un progetto politico oggi in campo anche per tornare a tessere le trame della cultura e della democrazia, in un disegno che esige qualcosa di più del solo primato del governo. Esige in primo luogo un dizionario. Non perché siamo “senza parole”. Tutt’altro. Uguaglianza Libertà Responsabilità o Persona, sono termini vitali e bellissimi, oggi come in passato. Il punto, casomai, è rileggerne lo sviluppo e proiettarli in avanti. Farli sentire tutt’uno con milioni di donne e uomini: qui, in casa nostra, come altrove. Al fondo quel che ci serve è un’idea del Paese diversa dalla miscela di populismo e antipolitica che sembra aver sfondato gli argini bassi di partiti offuscati nel loro prestigio. Di questo vogliamo discutere. Della nostra funzione e del bisogno di riscoprire uno spirito di comunità. Il sentirsi parte di uno stesso destino contrastando le spinte a “fare da soli” nell’illusione che sia possibile una salvezza dei singoli, siano essi individui, imprese, territori. La realtà è che la politica è l’opposto: è l’idea irriducibile secondo cui, nonostante tutto, è sempre meglio camminare e pensare insieme.


LAICITA' E GOVERNO DELLA VITA

Laicità rinvia ad autonomia, e questa si declina come autodeterminazione. All’inizio del millennio, nel 2001, uno studioso americano, Alan Wolfe, scriveva che, dopo il secolo della libertà economica e quello della libertà politica, si era ormai entrati nel secolo della libertà “finale” – la libertà morale1. Condivisibile o no che sia questa interpretazione, è certo che mette in evidenza un mutamento qualitativo (di paradigma?), sottolinea una sorta di passaggio, un cambiamento di gerarchia, un definitivo ampliarsi dei soggetti in campo. Viviamo ormai in quella che è stata chiamata la “repubblica delle scelte”2. Sì che, parlando di laicità, non possiamo più ritenere che l’orizzonte delle analisi sia individuato soltanto dal rapporto tra due poteri, lo Stato e la Chiesa, “ciascuno nel loro ordine, indipendenti e sovrani”, o dallo stesso confronto tra secolarizzazione e religiosità. E’ già avvenuta, e continua a manifestarsi, una diversa e più complessa distribuzione dei poteri, che nella persona non ha soltanto il suo punto di riferimento, ma la individua come protagonista istituzionale. Considerata da questo punto di vista, la laicità, oltre che come principio di organizzazione costituzionale e sociale, si manifesta ormai anche come principio di governo della vita. Non è un caso, ma il risultato di un processo culturale e politico, l’affermazione che troviamo nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: l’Unione “pone la persona al centro della sua azione”. Di questa diversa premessa si fatica ad accettare le inevitabili conseguenze. Si racconta una società frammentata, una deriva iperindividualistica, il congedo da qualsiasi valore. Nel tempo che viviamo, con le paure e le regressioni culturali che l’accompagnano, vien forte la tentazione di mimare un incipit giustamente famoso, e annotare che “uno spettro s’aggira per l’Italia – lo spettro dell’autodeterminazione”. E tuttavia, se spingiamo lo sguardo sul mondo, ci avvediamo che spiriti analoghi si manifestano nei luoghi più diversi. Ma, se così è, non sarà pure vero che il tanto parlar polemico e aggressivo contro l’autodeterminazione ci dice che il tema è lì, ineludibile? Molti segni ci confermano che è così. Per cogliere la sostanza del mutamento, e le ragioni dell’inquietudine o della ripulsa, proviamo allora a muovere da quanto è scritto nella sentenza n. 438 del 2008 della Corte costituzionale. Il punto chiave è il seguente: “la circostanza che il consenso informato trova il suo fondamento negli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all’autodeterminazione e quello alla salute”. Si coglie qui, nitidamente, una distribuzione di poteri, anzi un trasferimento di poteri, la cui portata può essere meglio colta attraverso due rapidi esercizi di riflessione storica. Il riferimento all’articolo 13, dunque alla libertà personale, consente di risalire, fino al 1215, alla Magna Charta e al suo habeas corpus, all’antica promessa che il re fa ad ogni “uomo libero”: “non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese”. Siamo di fronte all’abbandono di una prerogativa regia, ad una autolimitazione di un potere che, proprio per i caratteri dell’impegno assunto, nella fase precedente era stato con tutta evidenza esercitato in maniera sostanzialmente arbitraria, peraltro in conformità con la sua natura. Quell’atto, se così si può dire, laicizza il potere del re. Quel che ne risulta, infatti, non riposa più sulla sovranità/sacralità, ma si cala nel mondo, si presenta come l’esito di una negoziazione complessa, manifesta l’avvio di un intrecciarsi di fattori che, in tempi assai successivi, porterà a quella “autolimitazione” dello Stato sovrano come atto di fondazione dei diritti pubblici subiettivi. Facciamo un salto di più di sette secoli, e giungiamo ai primi mesi del 1947, quando l’Assemblea costituente discute e approva l’articolo 32 della Costituzione. Qui la salute viene affermata come diritto fondamentale dell’individuo, si prevede che i trattamenti obbligatori possano essere previsti soltanto dalla legge. Ma si aggiunge: “ la legge non può in nessun caso violare il limite imposto dal rispetto della persona umana”. E’, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, ad una autolimitazione del potere. Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale “in nessun caso” si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, rinnova a tutti i cittadini la sua promessa di intoccabilità: “non metteremo la mano su di voi”, neppure con lo strumento grazie al quale, in democrazia, si esprime legittimamente la volontà politica, dunque con la legge. Anche il linguaggio esprime la singolarità della situazione, poiché è la sola volta in cui la Costituzione qualifica un diritto come “fondamentale”, abbandonando l’abituale riferimento all’inviolabilità. La rottura è netta. Nel lontano habeas corpus la volontà sovrana cedeva di fronte al presidio della legge, alla garanzia affidata appunto alla legge e alla giurisdizione (il giudizio dei pari). Questo è il modello storico, che nel Grundgesetz, nella Legge fondamentale di Bonn coeva della nostra Costituzione, viene riprodotto, poiché anche per il diritto alla vita e alla incolumità fisica si prevede la possibilità di limitazione in base alla legge. L’autolimitazione del sovrano è sempre accompagnata da una riserva, dal potere di rimettere la mano su quel diritto. Proprio questo modello è abbandonato dalla Costituzione italiana che, nata in una temperie storica e culturale per questi temi simile a quella tedesca, imbocca una strada completamente diversa, con piena consapevolezza, testimoniata dallo scandalo manifestato da taluni costituenti per questo abbandono ritenuto incompatibile con la natura stessa del Parlamento. Non siamo, infatti, di fronte alla tradizionale autolimitazione del potere. Si opera un vero e proprio trasferimento di potere, anzi di sovranità. Sovrana nel decidere della propria salute, e dunque della propria vita come ci dicono le sempre più comprensive definizioni di salute, diviene la persona. Passiamo così al secondo esercizio storico, spingendo lo sguardo ancora più indietro, a quel quarto secolo prima di Cristo quando Ippocrate formula il giuramento che accompagnerà nei secoli la professione medica. Come nella promessa del re inglese, anche nella promessa del medico greco scorgiamo sullo sfondo una storia di violazioni, di abusi, senza la quale la necessità di un giuramento non sarebbe stata avvertita. “Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa” – recita solennemente il giuramento. E aggiunge, tra l’altro: “In tutte le case che visiterò entrerò per il bene dei malati, astenendomi da ogni offesa e da ogni danno volontario”. Di nuovo una autolimitazione del potere che, tuttavia, nel tempo manifesterà una sostanziale inadeguatezza. La conferma la troviamo facendo questa volta un salto addirittura di ventitre secoli, così giungendo sempre all’ultimo dopoguerra, al 1946, quando viene celebrato a Norimberga il processo ai medici nazisti. La scoperta drammatica dell’abuso del potere medico attraverso la sperimentazione sugli esseri umani (scopriremo poi che lo stesso era avvenuto in Giappone) provoca una immediata reazione, affidata a un documento che prenderà il nome di Codice di Norimberga, che si apre con le parole “il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente necessario”, seguite da una serie di specificazioni che indicano le condizioni essenziali perché il consenso possa essere considerato valido. L’affermazione di una radicale libertà e autonomia del soggetto, nata come reazione alle terribili pratiche naziste, si estenderà progressivamente all’intera materia dei rapporti tra il paziente e il medico e, infine, al riconoscimento alla persona del diritto al governo della propria vita, al pieno esercizio della sovranità sul proprio corpo . La “rivoluzione” del consenso informato modifica le gerarchie sociali ricevute, dando voce a chi era silenzioso di fronte al potere del terapeuta, e definisce una nuova categoria generale costitutiva della persona. Consentire equivale ad essere. Non a caso il rovesciamento della relazione medico-paziente, fondato sulla nuova disciplina del consenso, è stata descritta come nascita di un nuovo “soggetto morale”. Dall’autolimitazione del potere del medico, definita unilateralmente dal giuramento, si passa anche in questo caso ad un integrale trasferimento del potere alla persona. Qui la laicizzazione è resa ancora più evidente dalla sostituzione di una morale esterna, quella definita dalla deontologia medica, con una tutta risolta all’interno della sfera personale dell’interessato. Qui si coglie con nettezza il momento fondativo di quel rapporto tra consenso informato e diritto fondamentale all’autodeterminazione che ritroveremo nella sentenza della Corte costituzionale già ricordata, e che ormai informa nella sua interezza la dimensione della vita e del corpo, com’è detto esplicitamente nell’articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Non a caso, nel novembre del 1983, il Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca, aveva riconosciuto “l’autodeterminazione informativa” come diritto fondamentale della persona, di nuovo operando una distribuzione di potere, sottraendo le informazioni personali al potere incondizionato dello Stato (la sentenza era stata occasionata dalla legge sul censimento) ed al potere dei “signori dell’informazione”. Anche qui, come nella relazione tra medico e paziente, assistiamo alla nascita di una nuova soggettività. Dove prima era soggezione a poteri esterni pubblici e privati troviamo un potere attribuito direttamente alla persona. Lì nasceva un nuovo soggetto morale, qui un nuovo soggetto sociale. La suggestione di questo modello porterà a proporne una estensione in altri ambiti e, soprattutto in ambiente tedesco, si parlerà di “autodeterminazione biologica” e, ancor più specificamente, di “autodeterminazione relativa al materiale biologico”. Ma questa ansia di aggettivare l’autodeterminazione, comprensibile nel momento in cui si voleva estenderne la rilevanza, rischia ora di farle perdere l’ormai raggiunta generalità, ed è bene che venga abbandonata. L’attenzione, allora, deve essere piuttosto rivolta al consenso informato, al suo costituire il riferimento di base nel momento in cui si affronta il tema dell’autodeterminazione. Considerata dal punto di vista della tradizionale cultura giuridica, quella degli studiosi di diritto privato in particolare, “consenso informato” si presenta come una tautologia, ritenendosi implicata nel consenso la necessaria informazione, sì che l’eventuale distorsione informativa rileva solo se si traduce in uno specifico vizio del consenso stesso. Diverso è il punto di vista dal quale considerare il consenso informato quando riguarda l’autodeterminazione e rileva come strumento per governare la vita. L’aver accompagnato il termine “consenso” con la specificazione “informato” individua un modo peculiare di distribuire poteri e responsabilità. L’onere dell’informazione si sposta dalla persona interessata al medico, ai molti interessati alla raccolta di dati personali, ad istituzioni pubbliche. Sono questi i soggetti che devono fornirgli l’informazione necessaria perché la sua decisione possa essere davvero libera e consapevole. Questa constatazione smentisce la tesi di chi guarda al trasferimento di poteri alla persona, ed alla autodeterminazione che ciò comporta, come ad una iperindividualizzazione, alla negazione di ogni legame sociale, al sostanziale isolamento della persona. E’ vero il contrario. E’ la tradizionale idea privatistica, e in sostanza mercantile, del consenso a isolare l’individuo. Quando, invece, si parla di consenso informato, nel senso appena indicato, è una rete di rapporti ad emergere. Ma questo vuol forse dire che l’autodeterminazione si impiglia in questa rete fino a restarne prigioniera, perdendo così forza e autenticità? Non è così, perché la persona ha il diritto di disporre delle informazioni, non l’obbligo di utilizzarle, e meno che mai di uniformarsi agli aspetti direttivi che possono contenere. Nella dimensione dell’autodeterminazione nessuna informazione può divenire normativa. Altra questione, ovviamente, è quella delle eventuali regole sull’esercizio del diritto fondamentale all’autodeterminazione, che tuttavia non possono essere in conflitto con i caratteri essenziali di questo diritto. Ritenendo che l’autodeterminazione, proprio perché riguarda la vita, debba essere circondata da particolari cautele, si è osservato che non si può ammettere un suo esercizio sbrigativo. E si è osservato, polemicamente, che l’ordinamento giuridico esige che la validità della manifestazione del consenso risponda a rigorosi requisiti formali pure quando riguarda atti socialmente e economicamente di piccola portata, quale può essere la vendita di un ciclomotore. Muovendo da premesse come questa, e accettando queste semplificazioni, si è negato che il consenso possa essere ricostruito facendo riferimento alle abitudini e agli stili di vita della persona, com’è avvenuto nella lunga vicenda che ha accompagnato il morire di Eluana Englaro. Ma, quando si fa riferimento al diritto fondamentale all’autodeterminazione, il consenso può essere ridotto alla misura dell’autonomia privata quale ci è stata consegnata dalla tradizione privatistica? Per evitare fraintendimenti culturali, e improprie conclusioni politiche, è bene ricordare che quella nozione di autonomia e le conseguenti regole sul consenso sono state costruite avendo come punto di riferimento le dinamiche di mercato e le conseguenti esigenze di certezza nella circolazione dei beni. Non a caso il codice civile, quando parla appunto del contratto, lo definisce “un rapporto giuridico patrimoniale”. Basta questo per rendersi conto della improprietà dei tentativi di adoperare quei riferimenti e quelle categorie giuridiche per delineare il quadro istituzionale in cui si colloca il diritto all’autodeterminazione, che riguarda la vita, per sé irriducibile alla logica del mercato, e che deve piuttosto essere riferito al tema della personalità e, in definitiva, della sovranità. Giustamente Paolo Zatti ha messo in evidenza che “la dignità, l’identità, la libertà e l’autodeterminazione, la privacy nei suoi diversi significati sono prerogative da declinare con la specificazione ‘nel corpo’”3, dunque nella vita. Questa diversa consapevolezza è ben evidente nella gran parte delle discussioni, purtroppo non sempre in quelle italiane, e ha lasciato un segno in diverse leggi, che hanno esplicitamente individuato modalità di accertamento della volontà della persona che si distaccano nettamente dai criteri adottati in altri settori del diritto. Proprio l’aver scelto questa diversa strada ha attirato critiche tanto severe, quanto inconsapevoli della peculiarità della materia, sulla motivazione del nostro caso giurisprudenziale più importante, quello relativo appunto alla vicenda di Eluana Englaro. In quella sentenza, infatti, la Corte di Cassazione ha fatto esplicito riferimento agli stili di vita come uno dei criteri da seguire per l’accertamento dell’effettiva volontà della persona relativa alle sue scelte sulla fine dalla vita. Questa è esattamente la strada seguita dal Mental Capacity Act inglese del 2005 e dalla legge tedesca del 2009 sulle disposizioni del paziente. Vale la pena di ricordare alcune di queste norme, con la legge inglese che, alla persona chiamata a decidere al posto dell’incapace, impone l’obbligo di prendere in considerazione desideri e sentimenti, credenze e valori ai quali la persona aveva ispirato la propria vita e che, proprio nel momento della decisione più drammatica, quella sul morire, illuminano tutto il suo itinerario esistenziale, agganciano la decisione a questa complessità e non la rinsecchiscono nell’esclusività burocratica di un atto formale. La legge tedesca è altrettanto esplicita: “La volontà presunta va accertata in base a elementi concreti. Devono essere considerati, in particolare, dichiarazioni orali o scritte fatte in precedenza dall’assistito, i suoi convincimenti etici o religiosi ed eventuali altri suoi valori di riferimento”. L’autodeterminazione si identifica così con il progetto di vita realizzato o perseguito dalla persona. E qui la vita è davvero quella di cui ci parlava Montaigne, “un movimento ineguale, irregolare, multiforme”, irriducibile a schemi formali, governato da un esercizio ininterrotto di sovranità che permette quella libera costruzione della personalità che troviamo iscritta in testa alla nostra e ad altre costituzioni. Sovranità e proprietà sono parole che, non da oggi, accompagnano la definizione del nostro rapporto con il corpo, dunque con la vita tutta intera. Lo sapeva bene John Locke quando parlava di un uomo “padrone di se stesso e proprietario della propria persona e delle sue azioni e del proprio lavoro” 4. Intorno a questo tema si è affaticata assai la scienza giuridica, prima incerta, poi ben decisa a liberare corpo e vita dal terribile involucro proprietario che, se all’origine era valso a individualizzare il potere sulla vita e a sottrarlo a poteri esterni, così laicizzandolo, tuttavia lo proiettava poi in una dimensione dove quel potere di disposizione, conquistato dal singolo, serviva soprattutto a legittimare l’alienazione della sua forza lavoro, dando prevalenza alla dimensione mercantile. Non quello della proprietà, allora, ma quello della personalità diveniva il contesto all’interno del quale doveva essere collocato il governo della vita. Respinto sullo sfondo, o escluso del tutto, il riferimento alla proprietà, si creava la condizione propizia all’incontro con la sovranità. Pur con indubbie forzature concettuali rispetto alle sue più generali teorizzazioni, quella parola esprime icasticamente proprio la condizione di una persona sottratta alle pretese e alle interferenze di altri poteri. Certo, tra “sovrani” sono sempre possibili tensioni o conflitti. Ma, proprio per evitare che la vita divenga un campo di battaglia, è stato disegnato un perimetro, sono stati definiti confini che, come si è detto, il potere politico e il potere medico non possono varcare. Sì che, anche quando bilanciamenti o composizioni si rivelano possibili o necessari, ciò esige non solo una considerazione paritaria dei poteri in campo, ma soprattutto l’impossibilità di ritenere che lo Stato abbia giurisdizione sulla vita. Una estrema forma di rifiuto del pubblico? Una deriva individualistica esasperata? Ho già accennato al modo in cui, al contrario, si stabiliscono nuove forme di legame sociale, e su questo punto tornerò più avanti. Ma la questione deve essere piuttosto affrontata tenendo l’occhio rivolto alla pretesa di considerare il corpo della donna come luogo pubblico, denunciata da Barbara Duden5. Una volta di più, in queste materie soprattutto, il pensiero delle donne ha indicato la strada, sottolineando l’illegittimità di considerare il corpo, qualsiasi corpo, come un luogo pubblico. E di questo abbiamo conferma dalla complessiva dinamica istituzionale che consente di affermare che si è ormai realizzata una “costituzionalizzazione della persona”, che nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ha trovato espressione eloquente. Il richiamo della Carta impone di guardare al suo articolo 1 che, riproducendo le parole di apertura della legge fondamentale tedesca, ci parla di una dignità umana inviolabile, che dev’essere rispettata e tutelata. Ma, se il nuovo modo di riferirsi alla sovranità libera la vita da soggezioni e ipoteche, il principio di dignità si carica ancora di doppie letture, di ambiguità pericolose. Considerando il rapporto tra libertà e dignità, queste sono viste talora in opposizione insanabile, con la prima portatrice del valore dell’autonomia della persona, mentre la dignità sarebbe un veicolo di imposizione autoritaria di valori limitativi di quell’autonomia, tanto che qualche studioso statunitense ha enfatizzato a tal punto il conflitto tra libertà e dignità da costruire quest’ultima come una versione dell’“onore” nazista. Il fraintendimento è clamoroso, ma rivela l’esistenza di un problema. Si può sciogliere la contraddizione di cui la dignità sembra essere prigioniera? La via da seguire è indicata dall’articolo 36 della nostra Costituzione, dove si parla di “esistenza libera e dignitosa”. E la Corte costituzionale tedesca, nel 1983, ha scritto che “il fulcro dell’ordinamento costituzionale è il valore e la dignità della persona, che agisce con libera determinazione come membro di una società libera”: linea, questa, che si ritrova nella ricca giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’autonomia della persona. La dignità, la sua definizione e applicazione, dunque, non possono essere separate dalla libertà delle persone alle quali si riferiscono, sfuggendo così al rischio di una riduzione a strumento di imposizione autoritaria. Spingendo poi lo sguardo anche nella direzione dell’eguaglianza, incontriamo l’articolo 3 della Costituzione e il suo riferirsi, insieme, a libertà e eguaglianza. Dobbiamo concludere che l’ineliminabile associazione con la libertà è la via che immunizza dagli eccessi dell’eguaglianza e dalle ambiguità della dignità, che tanto avevano inquietato nel secolo passato e che proiettano ancora un’ombra sulle discussioni di oggi? Ma si può poi dire che questa attrazione nell’ambito dell’autodeterminazione fa perdere alla dignità la sua natura di valore comune? Si riaffaccia così, prepotente, la nostalgia di una “morale normativa”, che sarebbe addirittura il saldo bastione del quale il diritto ha bisogno per non perdersi nei mille rivoli delle morali individuali, e ottenere il necessario consenso collettivo. Queste controversie ci mettono di fronte ad una realtà nella quale il consolidarsi dell’autodeterminazione come principio di governo della vita e come misura della laicità di un ordinamento non ha fatto tacere resistenze profondamente radicate, che continuano a mettere in discussione la piena legittimità della nuova distribuzione dei poteri, e il silenzio al quale alcuni di questi dovrebbero essere tenuti. L’iconografia tradizionale e gli antichi scritti sono fitti di descrizioni nelle quali figure diverse si contendono il corpo e la vita di una persona. La virtù e il diavolo, il sacerdote e il principe, il medico e il soldato, le donne tentatrici e i mercanti avidi sono tutti lì intorno ad una spoglia, privata di libertà e autonomia, quasi a simboleggiare una sorta di impossibilità di sciogliersi pienamente dalla fitta rete di legami che, più che circondare, avvinghiano la vita. Un grumo di quelle rappresentazioni è ancora presente nelle nostre società, e si manifesta in forme e con mezzi diversi, tanto più poveri e mortificanti quanto più è povera e mortificante la cultura che esprimono, come accade sempre più spesso dalle nostre parti. I mezzi di comunicazione ci restituiscono immagini inquietanti. Il pane e le bottiglie d’acqua sul sagrato d’una chiesa o davanti ad una clinica, le scritte che rivendicano la proprietà d’un corpo e d’una vita, la presentazione del diritto come un’arma che uccide ripropongono con deliberata violenza la negazione dell’autodeterminazione. La vita non è tua, è di altri, di un Dio che te l’ha donata, di uno Stato che se ne impadronisce, di una società che vuole controllarla, di un potere medico che pretende l’esclusività della cura. Lo ha detto con l’abituale nettezza il Presidente del consiglio che, usando come postini due membri del Governo, ha mandato una lettera alle suore che avevano ospitato Eluana Englaro, addolorato “per non aver potuto evitare la sua morte”. Non è il rammarico di un Re Taumaturgo al quale è stato impedito di imporre le sue mani per una guarigione altrimenti impossibile. E’ la rivendicazione di un potere sulla vita, di cui il politico vuole tornare a essere l’unico depositario. E questa pretesa compare anche come il frutto d’una nuova alleanza tra Trono e Altare, ostentatamente esibita in occasioni pubbliche e ufficiali attraverso le “rassicurazioni” offerte alle gerarchie ecclesiastiche che il loro punto di vista rimane il solido fondamento dell’azione di governo. In quest’uso strumentale dei valori cogliamo la drammatica povertà d’una politica che ritiene che tutto sia negoziabile, pronta a sacrificare a qualsiasi sua esigenza la vita delle persone. Con il pretesto di affermare altissimi principi, si apre la strada al ritorno di una morale normativa e, soprattutto, si dà una nuova prova di quell’abbandono della legalità costituzionale che sta disgregando non solo le istituzioni, ma il tessuto sociale nel suo insieme. Intorno a noi è tutto un cercar di chiudere i varchi faticosamente aperti negli anni passati perché l’autodeterminazione potesse essere concretamente esercitata. In un’ansia di rivincita, l’alleanza tra libertà e tecnologie viene rovesciata. Le tecniche contraccettive avevano reso possibile l’avvio di una sessualità liberata e di una maternità consapevole. Ma le tecnologie della riproduzione, la pillola del giorno dopo, la pillola Ru 486 diventano l’occasione per introdurre nuove proibizioni, e così riprendere il controllo del corpo delle donne. Le tecnologie della sopravvivenza vengono rovesciate nell’obbligo di sopravvivere, attraverso manipolazioni sconosciute alle leggi degli altri paesi. Si dovrà rinunciare ai loro benefici per il timore di divenirne, poi, prigionieri? Questa continua, aggressiva perdita di laicità produce i suoi contraccolpi. Per liberarsi di una mano pubblica che vuole ancora una volta impadronirsi di corpo e vita delle persone, e così nega il nuovo habeas corpus, si fugge in paesi che non conoscono questi vincoli, dando così origine a inedite forme di emigrazione o, per meglio dire, a vere e proprie richieste di un provvisorio asilo politico per sfuggire alle prepotenze legislative del proprio Stato (non solo l’Italia). Per nascere e per morire, si varcano gli ormai labili confini nazionali, con un turismo dei diritti che delegittima il Parlamento e le regole da esso approvate per lanciare un manifesto ideologico, con la cinica consapevolezza che saranno aggirate. Si predica la morale comune e, creando occasioni di rifiuto e conflitto, si fa di tutto per cancellare ogni possibilità di discussione comune. La moralità dell’autodeterminazione è sacrificata alle convenienze. E quel rifugiarsi altrove trasforma i diritti di tutti in privilegio dei pochi che hanno le risorse necessarie per far valere le proprie decisioni. La pienezza della cittadinanza è negata, al suo posto troviamo il risorgere della cittadinanza censitaria. Avrai tanti diritti quante sono le risorse che puoi impiegare per procurarteli nel mercato del mondo, inseguendoli magari su Internet. E proprio qui, nel cuore del mondo nuovo della tecnologia, cogliamo una ambiguità e un rischio, ma pure una chiave per meglio intendere quali dovrebbero essere i rapporti tra autodeterminazione e responsabilità pubbliche. La rete è la grande metafora del mondo di oggi, un’occasione di libertà. Ma che cosa diviene il navigare in rete quando esso non è il frutto di una scelta libera, ma di una ostilità o di un abbandono che obbligano le persone a rifugiarsi in Internet correndo anche i rischi di una frequentazione non sempre assistita dalla necessaria consapevolezza critica? Vi è spesso, in questi casi, una reazione aggressiva, quella di censurare siti ritenuti pericolosi. Una via inutile, e impraticabile. La responsabilità pubblica consiste piuttosto nel riconoscere le buone ragioni dei cittadini e nel creare il contesto all’interno del quale le loro scelte possano essere davvero libere e consapevoli, mettendoli così al riparo da possibili rischi, senza cadute autoritarie o scivolate paternalistiche in contrasto con il principio di laicità. Invece di proclamare a parole, ad esempio, il dovere di accompagnare i morenti, la buona strada è quella di prevedere, come già fanno diverse leggi, una indennità al familiare che vuole restare accanto al suo congiunto nella fase finale della sua esistenza. Non è vero, dunque, che il riconoscimento pieno dell’autodeterminazione segni un radicale congedo da ogni presenza pubblica. Segna, al contrario, il passaggio dalla presenza aggressiva alla presenza consapevole. “La percezione della libertà dei cittadini (…) è parte dell’identità costituzionale della Repubblica Federale di Germania”. Queste sono parole della Corte costituzionale tedesca nella recentissima sentenza del 2 marzo 2010 sulla conservazione dei dati personali, una indicazione preziosa nell’orizzonte europeo sul necessario rispetto della persona “costituzionalizzata”, che ridisegna i doveri degli Stati e potrebbe senza fatica esser riconosciuta come parte del nostro quadro costituzionale, se la costituzionalità fosse ancora, nel nostro paese, un bene al quale i poteri pubblici devono inchinarsi rispettosamente. Percezione è parola forte, che ci porta al di là delle astrazioni e dei doveri puramente formali, obbliga a un ascolto continuo della società, implica una attenzione per la concretezza e la materialità del vivere. Proprio questo irrompere della realtà, del vissuto delle persone, dell’”homme situé” e non disincarnato di cui ci ha parlato Albert Camus, inquieta. L’autodeterminazione temuta dovrebbe lasciare il posto al ritorno di quello che davvero sarebbe un fantasma, un soggetto astratto immune dalle contaminazioni della realtà, decorporalizzato. Ma è questa l’unica via possibile per ricostruire l’universalità del soggetto? O è proprio la concretezza della persona che ci restituisce un dato di realtà che unisce e non divide, che implica un mutuo riconoscimento, e così fonda una universalità che non nasce in opposizione alla diversità? L’astrazione del soggetto era indispensabile per uscire dalla società degli status e aprire così la via al riconoscimento dell’eguaglianza. Oggi la stessa eguaglianza ha il suo fondamento nel riconoscimento pieno della diversità, dunque nell’emergere di una persona che l’entrata nel mondo delle relazioni giuridiche non espropria della sua individualità. Non è vero, dunque, che in questo modo il soggetto si autoistituisce, mentre questo dovrebbe essere il compito del diritto. Chi propone questa tesi è, una volta ancora, prigioniero di vecchie categorie, fraintende il ruolo del diritto, che avrebbe senso solo se costruisse una dimensione immune dalle contaminazioni della realtà. Ma ormai il diritto ha dovuto prendere atto della impossibilità di scorporare la persona dal contesto in cui vive. Dovrebbe saperlo soprattutto la cultura italiana che ha una guida netta in quell’articolo 3 della Costituzione, che non è una norma a due facce, l’una volta verso la conservazione dell’eredità, l’eguaglianza formale; l’altra rivolta alla costruzione del futuro, l’eguaglianza sostanziale. A ben leggere, infatti, la novità si manifesta fin dalle prime parole di quell’articolo, dove si parla di dignità sociale e, più avanti, si dà rilievo alle “condizioni personali e sociali”, un riferimento, questo, sconosciuto alle costituzioni del tempo e che sarà ripreso più avanti da costituzioni come quella spagnola. Proprio l’attenzione per il contesto consente di ritenere impropria l’identificazione dell’autodeterminazione con l’attribuzione di un potere nella sostanza arbitrario, insofferente di qualsiasi limite. E, allo stesso tempo, impedisce di leggere i vincoli esistenti come una smentita della qualificazione dell’autodeterminazione come diritto fondamentale della persona. L’autodeterminazione vive in un contesto che la collega con la dignità e la libertà, principi che immediatamente la sottraggono ai condizionamenti derivanti, in primo luogo, dalla logica di mercato. Diversi documenti internazionali, ultima la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, vietano che il corpo possa essere fonte di profitto, ponendo così un principio che riguarda la vita intera. Questa non è limitazione dell’autodeterminazione, una nuova sua soggezione a logiche paternalistiche. E’ invece la creazione delle condizioni necessarie per sottrarre la persona a forme di condizionamento legate soprattutto a difficoltà economiche, che possono spingere a fare del corpo una merce tra le altre. Davvero possiamo confondere la disperazione con la libertà? L’autodeterminazione come sovranità sul sé, inoltre, identifica un perimetro che esclude la possibilità di esercitare un potere sugli altri. Lo sappiamo da molto tempo. Ma qui, tra i tanti, s’incontra un interrogativo radicale: si può costruire l’uomo? Per rispondere, bisogna distinguere tra ciò che ricade nella sfera della persona e quello che tocca la sfera di altri. E partire, ad esempio, dalla constatazione delle opportunità sempre più ricche offerte da scienza e tecnologia non solo per “riparare” il corpo, ma per “migliorarlo”. Dopo la vicenda di Oskar Pistorius, il corridore sudafricano che corre con due protesi di fibra di carbonio al posto della parte inferiore delle gambe, un’altra atleta paraolimpica, Aimée Mullins, ha affermato che “modificare il proprio corpo con la tecnologia non è un vantaggio, ma un diritto. Sia per chi fa sport a livello professionistico che per l’uomo comune”. Valutazioni etiche a parte, qui l’autodeterminazione s’incontra con l’eguaglianza. Chi potrà godere dell’offerta tecnologica? Solo i benestanti? Si delinea così lo scenario di una società castale, le cui preoccupazioni si manifestano sempre più frequentemente, com’è di recente avvenuto quando si è appreso di una ricerca biologica che, condotta finora sui topi, promette straordinari miglioramenti di memoria e intelligenza. Una volta ammessa l’autodeterminazione, in queste materia diventa essenziale l’eguaglianza nell’accesso. Rischiamo, altrimenti, non tanto quella che è stata descritta come una possibile guerra tra umani e post-umani, ma un profondo, drammatico “human divide”, l’estrema diseguaglianza incarnata nei corpi. Ma costruire un altro? Lasciamo da parte casi limite come quello della clonazione o quello, reale e ben più inquietante, della decisione di usare le tecniche riproduttive per far nascere un figlio sordomuto, che i genitori, sordomuti, ritenevano meglio accetto nella loro comunità. In quest’ultimo caso, l’abuso del potere di scelta consiste nel condannare un altro ad una “vita dannosa”, già ritenuta dalla giurisprudenza una pretesa inammissibile, fonte di responsabilità per danni a carico dei genitori, tanto da far parlare di un “diritto di non nascere”. Ben diverso si presenta il caso del ricorso alla terapia genica per evitare la trasmissione di malattie. Davvero la scelta dei genitori violerebbe un diritto a ricevere un patrimonio genetico non modificato o dev’essere piuttosto collocata nella ben diversa dimensione della cura? Via via che si entra nel mondo nuovo della scienza e della tecnologia l’autodeterminazione guadagna nuovi spazi e, proprio per questo, richiede un ambiente pienamente laicizzato, dove tutte le opportunità possano essere valutate senza pregiudizi e avendo come riferimento primario i diritti della persona. Pensare che da dilemmi sempre più difficili si possa uscire limitando l’autodeterminazione, non rappresenta soltanto una forzatura, ma può divenire una mossa che pregiudica la stessa libera costruzione della personalità, il nostro libero stare nel mondo. Scienza e tecnologia non aprono soltanto spazi di libertà, e così possono affrancare da costrizioni naturali e culturali. Avviano anche processi di espropriazione, di riduzione drammatica della libertà di scelta che possono essere contrastati proprio esaltando al massimo le potenzialità dell’autodeterminazione. Non voglio qui insistere sulle tecnologie del controllo. Voglio segnalare quella che chiamerei la consegna della persona alla società dell’algoritmo. Riflettendo sull’ultima crisi finanziaria, si è messo in evidenza come molte decisioni sugli investimenti fossero affidate ad algoritmi messi a punto da matematici e fisici. Una delle potenze che governano il mondo, Google, è stata costruita sulla base di un algoritmo che decide su raccolta, selezione, presentazione delle informazioni. Algoritmi sono sempre più alla base della ininterrotta produzione di profili individuali, familiari, di gruppo, che sono divenuti elemento costitutivo della società della classificazione e producono nuove gerarchie sociali. La stessa costruzione del’identità viene sottratta alla consapevolezza della persona e affidata all’“autonomic computing”. La persona di nuovo consegnata all’astrazione, disincarnata, ridotta a fantasma tecnologico? Se la dimensione della laicità e dell’autodeterminazione si connota sempre più nettamente come il presidio della persona contro l’invadenza di qualsiasi potere, di queste nuove prospettive, e dei nuovi poteri che esse manifestano, non possiamo disinteressarci. Si torna così alle parole iniziali, senza la pretesa di chiudere un cerchio, ma sottolineando con più convinzione come a quel principio e a quel diritto sia affidata la pienezza della persona. Non dirò che la laicità sia il più umano dei principi, ma pure ad esso è affidata la nostra problematica umanità.

Stefano Rodotà Laicità e governo sulla vita

1 A. Wolfe, The Final Freedom, in “The New York Times Magazine”, 18 marzo 2001.
2 L. M. Friedman, The Republic of Choice. Law, Authority and Culture, Harvard U. P., Cambridge (Mass.), 1990.
3 P. Zatti, Maschere del diritto volti della vita, Giuffré, Milano, 2009, p. 86.
4 J. Locke, Il secondo trattato sul governo (1690), sec. 44.
5 B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, tr. it di G. Maneri, Bollati Boringhieri, Torino, 1994. note



permalink | inviato da giannicuperlo il 20/12/2010 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (437) | Versione per la stampa


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OGGI ALLA CAMERA.

Pubblicato il 14 dicembre 2010Non assegnata

Su quello che è successo oggi sapete tutto (e immagino che parecchi tra voi staranno guardando Ballarò). Per una volta approfitto delle parole scritte da Bersani e le allego qui sotto. Poi una chiosa personale che trovate in fondo.

"Care democratiche, cari democratici, come saprete oggi c’è stato il voto sulla nostra mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Il governo ha ottenuto 314 voti. 311 i voti a favore della sfiducia, 2 gli astenuti.

Abbiamo ottenuto il massimo in questo momento. E' un governo clinicamente morto che non può governare e credo che lo sappiano anche loro. Non hanno governato con 100 voti di scarto, non penso riescano a farlo con tre.

Il Pd oggi ha fatto il suo dovere, con 206 deputati presenti e 206 voti favorevoli alla mozione di sfiducia al governo (qui trovate gli interventi dei nostri parlamentari). Si è visto che in una maggioranza che si restringe e in un'opposizione che si allarga la centralità del Pd viene rafforzata.

Abbiamo avuto un atteggiamento compatto, univoco e serio, e lo terremo nelle prossime settimane. Il Pd non si divide perché noi discutiamo all'aperto, ma nei momenti seri siamo uniti. Loro invece hanno dato una pessima prova, il Paese è disgustato.

C'è una palese impossibilità a governare e dare risposte al Paese in un momento di gravissima tensione e di delicata situazione economica. Evidentemente si è verificata una vicenda totalmente scandalosa di compravendita di voti, che consegna al Paese un governo più debole e un'opposizione più ampia.

Nel mio intervento alla Camera ho ribadito che oggi moderato è chi mantiene la famiglia con 1000 € e non chi porta i capitali all'estero o difende chi infrange le quote latte. Quando saremo al governo porremo rimedio ai danni prodotti da questo governo: evasione, poca crescita, aumento della spesa corrente, meno lavoro, meno attività per le nostre imprese.

Non abbiamo paura delle elezioni perché dopo sedici anni questo paese non ne può più, ma certamente è il momento della responsabilità e di un governo di transizione. Cerchiamo assieme una strada nuova, perché fuori da qui c'è un Paese che vuole cambiare, che è stanco e vuole cambiare. PS: vorrei ringraziare i tanti tra voi che hanno partecipato alla manifestazione di sabato scorso a Roma, a piazza San Giovanni.

Su partitodemocratico.it potete leggere il testo del mio discorso.

Pier Luigi Bersani Segretario Nazionale del Partito Democratico".

E adesso la chiosa. Dunque, io penso di capire che l'impatto della compravendita dei voti sia devastante e segni un altro punto a favore di chi pensa che la politica sia una cosa marcia alla radice. Però, anche per questo ma non solo per questo, volevo dirvi che stamane sono entrato nell'Aula e sono salito al mio scranno che sta nella penultima fila. E quattro file sotto ho visto e salutato il nostro collega Marco Fedi. Lui è stato eletto nella circoscrizione Oceania. Non sta bene. Non sta proprio bene. E i medici due giorni fa gli avevano caldamente sconsigliato di partire per venire a votare la sfiducia al governo. Anzi avevano espresso un parere nettamente contrario. Lui è partito lo stesso. Ha fatto un giorno intero di viaggio. Ha votato ed è ripartito per tornare a curarsi. Ecco, oggi (per quel che vale) dentro di me resta la fotografia di questo mio collega seduto nel suo banco, alle dieci di mattina, che aspetta la chiama. Che poi, appena ha votato, lui deve spicciarsi perché l'Australia non è dietro l'angolo. Anche questa è la politica. Per fortuna.

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 14/12/2010 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (92) | Versione per la stampa


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IERI.

Pubblicato il 12 dicembre 2010Non assegnata

Volevo dire tre cose. La prima è che è stata una gran bella manifestazione e Bersani ha detto le cose che andavano dette. La seconda è che spero che il governo cada martedi'. La terza è che secondo me "Il club degli incorregibili ottimisti" di Jean Michel Guenassia è il più bel romanzo uscito quest'anno in Italia e magari merita regalarlo per Natale. Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 12/12/2010 alle 12:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (44) | Versione per la stampa


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